Viterbo – Approfittando del suo centenario genetliaco, lo hanno portato nel “Palazzo”, nel duomo del potere da cui era sempre voluto rimanere “fuori”, perché i residenti e chi ne scriveva gli apparivano (Lettere Luterane, 1975) “pupazzeschi idoli mortuari”. Pier Paolo Pasolini l’hanno commemorato al senato tra musiche, letture e l’interrogativo della presidente Casellati: “Cosa avrebbe scritto, oggi” il poeta, l’intellettuale, il regista friulano, un po’ viterbese di elezione per la scelta del buen retiro di Chia e l’impegno per l’università della Tuscia?
Renzo Trappolini
“Dov’è la rivoluzione antropologica di cui tanto scrivo”, si chiedeva pensando alla “gente consumata ad ignorarmi”, nella solitudine avvertita anche in mezzo alla folla che ormai “vuole essere infimo borghese” e col disgusto per i giovani “imbecilli, presuntuosi, sazi di tutto”, mentre la cronaca guarda solo “dentro” al palazzo “la vita dei potenti, i loro intrighi, le loro alleanze e fortune, la loro interpretazione della realtà”, della quale è “seccante scrivere pur se da essa tutto dipende”.
Di che avrebbe parlato Pasolini oggi? Ciò di cui ieri disse. Di questa “concentrazione di interessi sui personaggi al vertice, diventata esclusiva fino all’ossessione”, accresciuta con la pandemia e la guerra ad opera di imbonitori in servizio permanente effettivo (di chi?). Lui che odiava la superficialità, il dire le cose per sentito dire, per convenzione: “Le speranze conformiste sono gli alibi della coscienza. Sono sfiduciato, medito di scappare”, disse in un’intervista ad Enzo Biagi, lamentando anche l’ultimo posto assegnato ai “rapporti sentimentali nella gerarchia dei valori”.
L’amore da cercare “scappando”, come il protagonista della poesia scritta per il cantautore Sergio Endrigo, Addio Casarsa, la città in cui è sepolto e di Vincenzo, il giovane che, “al primo chiaro del giorno, lascia il padre e la madre” e se ne va con Napoleone a conquistare la Russia. Sette mesi in mezzo al gelo, il cavallo spaventato che fugge con sopra lui ferito. “Ferma, fermati, ti prego, che devo darti un mannello di fieno”, grida. Invece, con la baionetta gli squarcia il ventre e “vi ripara la vita che gli avanza”.
Passa in quel momento di lì sul carro in viaggio per sposarsi la domenica di Pasqua, Susanna, che lo salva e il bel soldato italiano, venuto da lontano, vuole subito rapirla “perché nel petto con gli occhi mi hai ferito”. Pasqua è però tra una settimana e piangono tutti e due. Il lunedì, poi, si vedono nell’orto e si baciano come due colombi; il giovedi santo “che nascono rose e fiori” scappano per saziare l’amore. Così, “la domenica di Pasqua, che tutto il mondo canta, arrivano innamorati in terra di Francia”.
Alla presidente Casellati, forse, Pasolini avrebbe raccontato questa storia e ripetuto quel che scrisse allora: “La guerra non mi è mai sembrata tanto schifosamente orribile come ora. Ma non si è mai pensato cos’è una vita umana?”.
Renzo Trappolini
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