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In direzione ostinata e contraria... - La bellezza linguistica e teologica del pontefice Francesco

Il papa che ride

di Carlo Galeotti
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Papa Francesco in pullman

Papa Francesco in pullman

– El papa del pueblo. Il papa semplice. Il papa che ride.

Sono passati pochi giorni dall’elezione di papa Francesco e già nella Chiesa è rivoluzione. E a tutti appare stupefacente la libertà e la creatività con cui la Chiesa risponde alle sollecitazioni del Mondo. Sempre in modo inaspettato. Sempre in modo comprensibile.

L’altro giorno parlando ai giornalisti, papa Francesco ha detto una di quelle cose che molti hanno in mente e molti nella Chiesa predicano da anni, ma che dette dal successore di Pietro diventano qualcosa di dirompente: “Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri”.

E poi quel formidabile ritratto di san Francesco: “L’omo della povertà. L’omo della pace. L’omo che ama e custodisce il creato”. Il tutto detto in quello strano italiano – latinoamericano.

In poche parole e gesti il disegno della nuova Chiesa, povera e dialogante, la prospettiva di una diversa teologia, orizzontale e nel segno dell’autenticità.

I nuovi scribi e farisei, gli intellettuali cattolici o non, in questi giorni spiegano che è troppo presto per dare un giudizio su papa Francesco. Che è bene non entusiasmarsi. Ma una volta tanto forse è bene non essere saggi e rallegrarsi per un papa di questa bellezza linguistica e teologica.

Anche se da domani dovesse fare esattamente il contrario di quanto ha detto in questi pochi giorni, nulla cambierebbe. Perché papa Francesco in questi pochi giorni ha commesso l’”errore” di farci intravedere cosa sarebbe una Chiesa che si ispira veramente al Vangelo. Come dire: indietro non si torna. E va detto che questo papa non è arruolabile, che se si rifà al Cristo travalica ogni tentativo di ingabbiarlo nelle nostre misere categorie. E la sensazione è proprio questa: papa Francesco va oltre e parla veramente a tutti credenti e non. Come faceva il Cristo.

Il Novecento ci ha regalato un papa come Giovanni XXIII che doveva essere un papa di transizione e ha convocato un concilio. Riferendosi a lui don Milani diceva che era stato scavalcato a sinistra da un papa. Ovviamente era una battuta che le categorie della politica vanno strette a questioni di chiesa.

Poi il grande comunicatore, Giovanni Paolo II. Un papa che segnerà la storia perché senza truppe ha abbattuto gli stati comunisti. Un grande papa nel bene e nel male. Ricordo ancora la terribile immagine di Giovanni Paolo II a Managua in Nicaragua. Era in piedi, davanti a lui si avvicina un uomo anziano, con la tonaca bianca, la barba bianca. L’anziano si inginocchia per baciare la mano del papa. Ma Giovanni Paolo II ritira la mano. E platealmente rimprovera il vecchio. Quel vecchio era il trappista Ernesto Cardenal. Un grande poeta, un asceta. Reo di far parte del governo sandinista. Anche i grandi possono attraversare momenti povertà umana assoluta. E va ricordato come papa Wojtyła combatté ferocemente la chiesa della teologia della liberazione. E forse non poteva fare altro, vista la sua storia personale.

Dopo questi grandi papi, ho assistito con timore e tremore, come dice san Paolo, al conclave. Un evento importante non solo per i credenti ma per il mondo. E la Chiesa che tutti davano per spacciata ha tirato fuori questo strano papa.

Gesuita.

Un dato che molti hanno interpretato come se non fossero stati i gesuiti da sempre vicino ai poveri in America Latina e non solo. Basti ricordare, con tutte le possibili contraddizioni, le reducciones gesuitiche del Paraguay. Ma anche un martire come il gesuita Rutilio Grande in Salvador. Di cui il vescovo di san Salvador, Oscar Romero, un altro martire ucciso mentre officiava la messa, diceva: “E’ il sangue di Rutilio Grande che mi ha convertito”. Per non parlare di quei punti di riferimento per tutti che sono stati e sono Pedro Arrupe, superiore generale della Compagnia di Gesù, l’ex direttore della Civiltà cattolica Bartolomeo Sorge o l’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini.

Francescano.

Un papa che sceglie il nome di Francesco, forse proprio perché gesuita e perché viene da una terra, al di là della teologia della liberazione da cui sembra distante, che non può non segnare un cristiano per quanto riguarda l’attenzione ai poveri, non può non farlo senza lanciare un segnale chiaro e netto.

Un nome quello di Francesco che è denso di significati.

Intanto nessun altro santo appare così moderno come Francesco. Lui che in vita doveva essere terribile agli occhi dei sui confratelli, oggi appare ancora capace di parlarci sulle questioni all’ordine del giorno. E non solo per la vicinanza ai poveri. E neppure per la radicale riforma che prospettava per la Chiesa. Neppure per le sue capacità di dialogo globale. Ma forse soprattutto per la sua fedeltà al Vangelo, alla vita di Cristo, sine glossa.

Ecco, le parole di questi giorni di papa Francesco hanno prospettato concretamente una conversione della Chiesa al Vangelo di Cristo. Mai come nei secoli passati nella mente dei fedeli e non solo era chiara la distanza tra una parte importante della Chiesa e il Vangelo. Ecco questo papa che ride ha detto con santa leggerezza che gli piacerebbe una Chiesa povera. Una Chiesa che somigli di più a quella Chiesa latinoamericana che lui conosce così bene. E anche il fatto che il pontefice non si indichi quasi mai con l’appellativo di “papa” è evidentemente un segno non solo pastorale ma teologico chiaro.

Ricordo un’intervista a Frei Betto, uno dei grandi intellettuali brasiliani consigliere del presidente Lula. Alla mia ennesima domanda sul papa Frei Betto non ne potette più e con la consueta dolcezza sbottò: “Voi giornalisti europei pensate che la Chiesa sia il papa, la Chiesa sono i poveri delle nostre comunità”.

Ecco perché papa Francesco preferisce definirsi vescovo di Roma. Anche qui c’è una indicazione teologica profonda.

Chissà cosa potrà significare tutto questo nei prossimi anni.

Certo che per certa Chiesa, sideralmente lontana da Cristo, nulla è più pericoloso di uno strano papa gesuita e francescano. Come dire che due dei grandi ordini secolari, che in un passato recente o meno tanto hanno impaurito la chiesa curiale, potrebbero riformare, nel senso di formare nuovamente, la Chiesa.

Certo le prime cose dette da papa Francesco e il suo modo di agire devono essere state sconvolgenti per quella parte della Chiesa che vede nel Vangelo un libro da studiare e non una pratica di vita. Staremo a vedere cosa farà questo papa che sorride. Lo faremo con timore e tremore perché questa potrebbe essere una grande occasione di conversione non solo per la Chiesa.

Intanto ci godiamo la bellezza di questo papa che ride e travolge il Mondo con la sua serenità e semplicità. Come dire: vale la pena di esserci. Vale la pena di scrutare un papa che è lui stesso un segno dei tempi.

Carlo Galeotti


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18 marzo, 2013

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