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Racconta la tua storia - Sanità - Antonella Currò racconta la storia del suo famigliare - L'uomo è morto dopo mesi di ricovero tra Belcolle, una casa di cura e l'ospedale di Civita Castellana

“L’odissea di mio padre… il Covid non può essere un alibi”

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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Non servirà a niente poiché nessuno più paga per i propri errori ma lo devo a mio padre, un uomo di 93 anni (per voi da buttare via, per me solo e sempre la mia roccia) ucciso non dalla vecchiaia o dalla malattia ma dall’incuria, dal cinismo e dalla disumanità di chi avrebbe dovuto prendersi cura di lui.


 

Un letto

Un letto


La sua e nostra odissea inizia a fine gennaio quando entra per la prima volta al pronto soccorso dell’ospedale di Belcolle (Viterbo) per forti dolori addominali dovuti ad un sospetto fecaloma. Premesso che di questa problematica non comparirà più traccia in nessun documento, lui viene sottoposto ad una serie di esami che evidenziano sue patologie ormai croniche per le quali viene curato con antibiotici, ossigeno e flebo idratanti.

In seguito alle restrizioni Covid mio padre da questo momento scompare dai radar, impossibile vederlo e difficilissimo avere notizie regolari sul suo stato. Un uomo anziano e indifeso, con iniziale demenza senile e problemi di memoria viene abbandonato nella più totale solitudine, mentre noi figli dall’esterno facciamo i salti mortali per avere sue notizie e fargli sentire in qualche modo la nostra presenza.

Dopo due giorni di parcheggio in pronto soccorso viene trasferito (per mancanza di posti causa Covid) in casa di cura convenzionata dove viene continuata terapia antibiotica e idratante. Sempre difficili e striminzite le comunicazioni, visite rigorosamente riservate a detentori di greenpass rafforzato e con tampone negativo. Io, non vaccinata, non vengo ammessa nemmeno con tampone negativo, salvo poi scoprire casualmente che il giorno stesso delle previste dimissioni mio padre risulta positivo a tampone e viene trasferito d’urgenza di nuovo all’ospedale di Belcolle in reparto Covid. Praticamente io figlia non ho mai potuto vederlo ma lui il Covid lo ha preso dai sanitari all’interno dell’ospedale. Telefono al direttore sanitario della clinica urlandogli tutto il mio dolore e la mia rabbia convinta che mio padre non riuscirà a superare il Covid e mi è stato anche impedito di salutarlo e vederlo un ultima volta.

Ovviamente una volta entrato al reparto Covid ne perdo completamente le tracce… giornate intere in attesa di una telefonata, persone frettolose e distaccate ogni giorno diverse mi liquidano con poche e sommarie notizie, “è stabile” mi dicono. Insisto e chiedo notizie più dettagliate sul suo stato e soprattutto sulle terapie che gli stanno facendo ma capisco dai monosillabi che chi mi parla al telefono forse non sa nemmeno di chi sta parlando. Non sono attrezzati nemmeno per una videochiamata e solo dopo molte insistenze riesco a sentirlo per qualche minuto al telefono, interrotta bruscamente da un’infermiera cafona che lo deride per il suo “straparlare” e mi riattacca il telefono in faccia dicendo che ha da fare. “Dice che è maestro – ridacchia –oggi lavora di fantasia…”. Le dico bruscamente che è stato davvero un ottimo e rispettabile insegnante per 40 anni e meriterebbe più rispetto.

Chiedo perché non lo stanno curando se non con un po’ d’ossigeno… è un soggetto fragile, con i polmoni già compromessi da un vecchio enfisema e una bronchite cronica e ha diritto ai monoclonali. Insisto ma mi accorgo che temporeggiano e decidono finalmente di somministrarli solo dopo 8 giorni, fuori tempo massimo, quando ormai grazie alla sua incredibile fibra ha già superato l’infezione da solo e senza grandi sintomi.

Chiedo sempre più alterata perché hanno aspettato tanto…”Non so che dirle” testuale risposta dell’ennesima dottoressa o infermiera che fa esplodere ormai la mia esasperazione.

Morale della favola dopo circa un mese totale di ospedale mio padre si negativizza e viene dimesso. Nonostante avessimo portato i vestiti per coprirlo, viene prelevato dal letto del reparto Covid con la sola camiciola dell’ospedale (fuori c’era una tramontana bestiale e temperature gelide), nemmeno pulito e sanificato viene caricato sull’ambulanza privata pagata da noi e scaricato come un pacco nel letto di casa.

Lo guardo e mi viene da piangere. Si lamenta del freddo biascicando le parole, sembra uscito da un lager, barba lunga di un mese, denutrito e ridotto a un mucchietto di ossa immobili (lui prima camminava ancora), non mastica e non deglutisce più, gli occhi smarriti di chi ha visto chissà quale inferno che fortunatamente non ricorda più. Gli arti inferiori paralizzati dalla prolungata immobilità e iniziali piaghe da decubito sulla schiena.

Ci vorranno settimane di amorose e pazienti cure per vederlo di nuovo parlare e mangiare, ma non cammina più. Fra l’altro ce lo hanno rimandato con ancora il catetere attaccato senza che nessuno si sia degnato di avvisarci e darci indicazioni. Mi attacco al telefono, urlo e minaccio, si scusano e mandano un’infermiera a toglierlo.

Da allora il tracollo, blocchi urinari e continue infezioni lo riportano in pronto soccorso per ben due volte…la prima volta gli somministrano dosi così massicce di sedativo per farlo dormire da rimandarcelo quasi in coma…negano ogni responsabilità ma lui si sveglierà solo dopo due giorni in stato confusionale.

Il terzo ricovero in pronto soccorso sarà anche l’ultimo…nessuno ci dà notizie sulle sue condizioni affermando che se non chiamano significa che è stabile…di nuovo la parolina magica per non dire niente.

La notte ci avvisano che non hanno posto in reparto e stanno per trasferirlo in un ospedale a un’ora di viaggio da Viterbo…sconvolti cerchiamo di opporci chiedendo che venga rimandato in Rsa, ma non ci ascoltano e non gli risparmiano neanche questa, senza avvisarci della gravità delle sue condizioni…probabilmente non vogliono grane e morti fra i piedi.

Arriva nottetempo all’ospedale di Civita Castellana in condizioni già disperate come ammetteranno stupiti i dottori di lì e la mattina alle 6,30 un’asettica telefonata di un’infermiera mi avvisa che mio padre è deceduto senza sapermi dire nemmeno perché… pratica chiusa.

Io e mio fratello riusciremo a vederlo solo dopo un’ora di viaggio nella camera mortuaria dell’ospedale e dovrò alterarmi anche perché qualcuno si degni di dirmi almeno come è morto.

Il viaggio all’inferno di questo povero vecchio indifeso è durato da fine gennaio al 21 aprile e mentre noi figli lottavamo contro tutto e tutti per il diritto sacrosanto alle cure e al rispetto umano lui è morto solo e abbandonato come un cane in un letto di un anonimo ospedale, trattato senza alcun riguardo e sballottato ovunque come un oggetto inanimato e senza dignità.

Mio padre era un uomo dolcissimo, onesto e dignitoso che è uscito di casa ancora lucido e in grado di camminare e non vi è più tornato se non per brevi periodi in condizioni sempre peggiori.

Non so se qualcuno pagherà per tutto questo… intanto ha pagato lui e noi che abbiamo perso la nostra guida nel peggiore dei modi nonostante avessimo fatto i salti mortali per garantirgli una vecchiaia serena e dignitosa.

Nessun vecchio dovrebbe morire da solo senza un parente vicino o una mano pietosa stretta alla sua…non riuscirò mai a perdonarvi per questo, io gli angeli in corsia non li ho incontrati ma sono sicura di averne due in paradiso.

Il Covid non può essere un alibi…

Antonella Currò


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8 maggio, 2022

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