![]() Silvio Cappelli |
– Viterbo città delle macchine. Uno slogan scritto sui cartelli di benvenuto all’ingresso della città.
Macchine con il motore a scoppio che intasano il centro storico e macchine religiose devozionali trasportate a spalla dai facchini.
I due tipi di macchine hanno in comune un unico problema: la mancanza di parcheggi o un posto idoneo per la loro conservazione.
La macchina devozionale più importante di Viterbo, quella di Santa Rosa, dopo il suo passaggio, quasi sempre, viene smontata e, alla fine dell’utilizzo viene addirittura distrutta o riciclata, perdendo la propria identità di testimonianza materiale di civiltà.
Per le macchine a scoppio, invece, recentemente l’amministrazione comunale, con dei ripensamenti rispetto al passato, ha creato un parcheggio a base di cemento, direi non proprio bello nella Valle di Faul.
E qualche “geniale” amministratore ha pensato bene anche di “violentare” la toponomastica del luogo ribattezzando la valle come “Piazzale Divisione Paracadutisti Folgore” alla quale si accede da via “El Alamein”, ex Via Ser Monaldo. Chi se ne importa della tradizione e della storia!
Sul recupero urbanistico della Valle di Faul, anche recentemente, ne sono state dette tante! Dal progetto Alosa, agli studi della facoltà di Architettura di Roma di trent’anni fa mai presi in considerazione. Parole, parole, soltanto parole!
Anche in tempi passati, circa sei secoli fa, già si discuteva dell’utilizzo della Valle di Faul.
Nel 1462, quando papa Pio II venne in visita a Viterbo lanciò l’idea di riempire la Valle di Faul con l’acqua calda del Bulicame.
Ma soffermiamoci per un po’ sulle macchine devozionali religiose viterbesi e sulla loro origine.
Per quanto riguarda la Macchina di Santa Rosa quasi tutti sappiamo di cosa si tratta.
E’ soltanto l’Arte degli speziali, nel 1509, dopo due secoli e mezzo dalla morte di Santa Rosa, la prima ad inserire nel proprio statuto l’obbligo di onorare e rispettare, con l’astensione dal lavoro, la ricorrenza della Festa di Santa Rosa.
Il trasporto con la Macchina avvenne, per la prima volta, circa un secolo e mezzo dopo.
La Macchina del Santissimo Salvatore
La processione con la macchina del Santissimo Salvatore faceva riferimento alla chiesa di Santa Maria Nuova, che era anche sede dell’Arte dei bifolchi, e al ritrovamento fortuito nel 1283 “ne lo campo de Giulio de la Chirichera” di “un emaiene de lo Salvatore, che l’annettero a pigliare sei preti de Santa Maria”.
Il trasporto si effettuava la sera del 14 agosto.
Il Comune partecipava ufficialmente ai riti in onore del Santissimo Salvatore e l’interesse dei viterbesi per questa festività era talmente alto che in Piazza San Silvestro si disputava addirittura un Palio.
Per molti anni la Macchina del Santissimo Salvatore fu di pregevole fattura. Nel 1712, per esempio, era ornata da angeli, bassorilievi, fregi, pitture, colonnine e lumi. L’anno seguente fu dorata in oro zecchino. Queste notizie sono state ritrovate in alcuni manoscritti ritrovati qualche anno fa all’interno della Biblioteca Comunale.
Questo trasporto della Macchina, portata a spalla dai facchini, fu effettuato fino al 1870.
Il trasporto della Macchina devozionale della Madonna Liberatrice risale al miracolo avvenuto il 28 maggio 1320.
Per i peccati del popolo viterbese “imbrattato di non pochi detestabili vizi”, il cielo della città fu ingombrato da nuvole tenebrose, si udirono tuoni formidabili, caddero fulmini frequenti, soffiarono venti gagliardi, scesero piogge vaste ed impetuose, terremoti terribili scrollarono la terra.
Copiosissime schiere di demoni, sotto forma di corvi, di nottole, di aquile molto grandi e spaventose, incessantemente gridavano: “L’inferno vi aspetta!”
Soltanto con le suppliche alla Madonna Liberatrice, che stava all’interno della chiesa “de la Ternità de Viterbo” di colpo cessarono “i tuoni, le piogge e i crollamenti delle terre”.
Tutti gli spiriti cattivi si precipitarono dentro il Bulicame e rientrarono nelle viscere della terra.
Da quel momento si decise di istituire la processione in onore della Madonna Liberatrice, con il trasporto della Macchina portata a spalla dai facchini, che doveva tenersi ogni anno nel mese di maggio, che doveva partire e terminare alla chiesa della Trinità.
Silvio Cappelli
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