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L'Irriverente

2 giugno – Repubblica, per grazia di Dio e volontà della nazione

di Renzo Trappolini
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Referendum - È nata la repubblica italiana

Referendum – È nata la repubblica italiana

Viterbo – Venne il 2 giugno 1946 e con un segno sulla scheda del referendum gli italiani abrogarono anche la “grazia di Dio” dalle origini del potere dei capi dello stato, ritenendo bastasse il consenso popolare.

L’ultimo titolare della carica, Umberto II di Savoia, si era insediato al Quirinale, infatti “per grazia di Dio e per volontà della nazione”, così come il padre, il nonno e, giù giù, fino al re dell’unità d’Italia Vittorio Emanuele II e, prima, ai re di Piemonte e Sardegna e agli altri monarchi del mondo, toccati dalla grazia divina, appunto. Con certificazione pontificia, però.

Costume antico credere ad una divinità che fa preferenze. Gli dei dell’Olimpo, come quello del “popolo eletto” della Bibbia, il libro che, nelle prime pagine (Genesi 4.5), racconta di come egli gradì l’offerta degli agnelli di Abele pastore, mentre “non riguardò” i frutti donatigli dal fratello Caino, agricoltore. Altrettanto, nella storia, per i re e i figli di re, di principi e di signori comunque in grazia, rispetto ai disgraziati, in genere pure miserabili, consolati dalla promessa che la disgrazia dell’aldiquà andava considerata certezza di gioie nell’aldilà.

Il 2 giugno, dunque, vince la “volontà della nazione”. I santi torneranno fra le cose sante e i fanti cittadini, tutti, potranno diventare presidenti.

Umberto II, nonostante la designazione soprannaturale, rimase in carica solo trentaquattro giorni. Infatti, la notte tra l’11 e il 12 giugno, il consiglio dei ministri –  tagliando corto sulle incertezze nel conteggio dei voti del referendum del 2, su  brogli e perfino sul milione di voti che, si disse, il ministro dell’interno Romita “teneva nel cassetto” e avrebbe  consegnato agli scrutatori al momento opportuno – conferì le funzioni di capo della repubblica al capo del governo Alcide De Gasperi, il quale aveva appena lasciato il Quirinale avvertendo il ministro della Real casa: ”Domattina, o lei verrà a trovare me a Regina Coeli, o io verrò a trovare lei”

Nenni, capo dei socialisti, aveva previsto: “O repubblica o caos” e quella notte c’era chi progettava arresti e rivolte. Il comandante dei carabinieri, Brunetti, si sentì, perciò, dire dal ministro dell’Interno: “Se ammazzano me, lei va davanti al Consiglio di disciplina; se ammazzano De Gasperi, va davanti al tribunale militare; se ammazzano il re, propongo la sua fucilazione. Stia ben accorto che al Quirinale non si commettano imprudenze”.

Questo il clima nei palazzi e nelle piazze e il re passò la notte in casa di amici. Il mattino dopo, dal Quirinale, firmato un duro messaggio di protesta, impose di respingere ogni tentativo di opposizione con le armi e il 13, dopo il saluto di corazzieri e granatieri al comando “Guardie del re, saluto al re”, un aereo lo portò in Portogallo. Di fronte all’Oceano, lontano dal suo Mediterraneo, il mare nostrum dei sudditi di ieri, gli italiani.

In un mese, aveva fatto quasi dimenticare il padre, Vittorio Emanuele III, che nel 1924 diede il potere a Mussolini e l’8 settembre 1943, scappando da Roma, lasciò il paese nel disordine.

Per Nenni, sul piano personale, “in fondo un bravo figliolo”, per De Gasperi “una gran brava persona” e secondo Togliatti ““Il suo punto debole è non saper odiare, perché l’odio in politica è un’arma essenziale”.

Quel 2 giugno, la repubblica scelta dalla volontà della nazione sembrò a molti un salto nel buio e il Corriere della sera ammonì: ”Il buio non è nella repubblica o nella monarchia. Il buio, purtroppo, è in noi, nella nostra ignoranza o indifferenza, nelle nostre incertezze, nei nostri egoismi”.

Parole sante. Anche senza grazia divina.

Renzo Trappolini


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2 giugno, 2022

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