![]() Romano Rossi |
Civita Castellana – “Il fenomeno della pedofilia del clero, che è una tragedia gravissima… La chiesa oggi è come un pugile contato dall’arbitro sul ring”. Il vescovo della diocesi di Civita Castellana, Romano Rossi, termina il suo mandato episcopale per raggiunti limiti di età. Uno che ha “provato in tutti i modi a rendere viva la comunità”, la passione per i suoi trentamila volumi, la stima per La Pira e un grazie che racchiude i suoi 15 anni di episcopato.
Rossi nasce a Montevarchi, in provincia di Arezzo e diocesi di Fiesole, il 1 agosto 1947. Compie il percorso di studi nel seminario di Fiesole. Il 27 giugno 1971 è ordinato presbitero.
Completa la propria formazione a Roma, conseguendo la licenza in Teologia alla Pontificia università gregoriana e la licenza in Scienze bibliche al Pontificio istituto biblico, risiedendo al Pontificio seminario romano maggiore fino al 1978.
Per la diocesi di Fiesole è quindi vicario parrocchiale a San Giovanni Valdarno fino al 1983. Dal 1983 al 1990 è assistente nazionale della branca Esploratori e guide dell’Associazione guide e scouts cattolici italiani (Agesci) e direttore spirituale del Pontificio seminario romano maggiore. Incardinato nella diocesi di Roma l’1 marzo 1990, in quello stesso anno è nominato parroco della chiesa romana di Nostra Signora di Coromoto ai colli Portuensi. Nel 1993 riceve il titolo di cappellano di Sua santità.
Il 10 dicembre 2007 papa Benedetto XVI lo nomina vescovo di Civita Castellana. Succede a Divo Zadi, dimessosi per raggiunti limiti di età. Il 12 gennaio 2008 riceve l’ordinazione episcopale, nella basilica di San Giovanni in Laterano. Il 16 febbraio seguente prende possesso della diocesi. Il 14 aprile 2018 è nominato membro della Congregazione delle cause dei santi da papa Francesco.
76 parrocchie raggruppate in 6 vicarie, oltre 250mila battezzati e tradizioni cristiane molto radicate. Quale bilancio fa di questi anni vissuti a Civita Castellana?
“Ho conosciuto molto bene questa popolazione, in particolare queste comunità. Ognuna diversa dalle altre, con una propria specificità, una storia e una fisionomia spirituale, sociale e culturale. In una stagione difficile ho cercato di seminare. I tempi della fioritura, tanto meno della mietitura, non li decido io. Potevo fare meglio, forse non potevo fare di più. Ho cercato di spendermi al massimo, soprattutto nell’annuncio del Vangelo e nell’invito all’ascolto, all’interiorizzazione delle persone, al risveglio delle comunità e delle parrocchie. I miei obiettivi sono stati la crescita delle persone all’interno delle comunità. Probabilmente qualcosa si è messo in movimento ma , onestamente, cosa sono quindici anni rispetto ai secoli della storia di una diocesi?”
Quali sono state le più importanti soddisfazioni e, se ci sono state, le delusioni?
“Le soddisfazioni che ho avuto sono, in particolare, in questo momento vedere giungere a compimento il progetto sul rinnovamento della cresima e sulla pastorale degli adolescenti. E’ stata una grande fatica preparare i catechisti, spostare le date, convincere i genitori, il Covid che nel momento della fioritura è stato come una gelata nella campagna, ha bloccato tutto. Adesso però è una bella soddisfazione vedere questi sedicenni , in numero sicuramente inferiore rispetto a come era prima, con maturità e consapevolezza verso ciò che stanno per ricevere. Richiedono tanto tempo, ma ne vale veramente la pena. Motivi di amarezza sicuramente più di uno. Prima di tutto alcune tragedie che hanno funestato la vita di questo popolo e che io ho condiviso molto da vicino, e poi una grande fatica che ho riscontrato ad accogliere una dimensione pensante della fede, una dimensione coltivata di contenuti , una fede approfondita, maturata nel dialogo, qui è stata veramente molto dura. Non escludo che qualche seme sia entrato ma ancora non è il tempo della raccolta”.
È vescovo di Civita Castellana dal 2008, 14 anni in cui ha percorso più e più volte ogni angolo della diocesi. Cosa pensa resterà della sua azione pastorale?
“E’ difficile dirlo perché ognuno di noi è quello che pensa di essere, è quello che pensano gli altri di lui ed è quello che lui è, molte volte non è né quello che pensa di essere né quello che gli altri pensano di lui. Mi posso augurare che rimanga l’idea di uno che in tutti i modi ci ha provato a rendere viva la comunità, che ci ha creduto che possa essere viva e significativa anche ai giorni di oggi. Sarebbe il massimo”.
Ad agosto terminerà il suo mandato episcopale. Cosa le mancherà di più?
“La cosa più bella della vita del vescovo è che ha modo di vedere ciò che gli altri non vedono circa l’opera dello spirito nella vita della chiesa. Vede anche le brutture, le soffre e se le tiene dentro e cerca in qualche modo di rimediare, ma questo non mi mancherà. Mi mancheranno invece le occasioni in cui ho visto Dio. Con lui ho fatto un patto, il giorno della mia ordinazione a vescovo. Gli ho promesso qualcosa ed in cambio gli ho chiesto di farsi vedere, che esiste e che è vivo. Io lo devo dire agli altri, e non basta che io lo sappia, e credo che lui sia stato fedele a questa promessa. Questo mi mancherà”.
L’attuale composizione della diocesi risale al 1986 e l’allora vescovo Rosina affidò l’intera comunità alla protezione della Madonna ad Rupes, elevandola a Patrona della nuova chiesa diocesana. Lei a chi affida il popolo che ha guidato negli anni del suo episcopato?
“Credo di non aver avuto mai nella mia vita una storia con Maria come durante questo mio episcopato. Non posso non affidarla a lei”.
All’inizio del terzo millennio, come vede il futuro della chiesa cattolica?
“Il futuro della chiesa cattolica non lo vedo, lo credo. In altre parole, leggo i giornali con un occhio e con l’altro leggo la profezia circa la storia della chiesa, il libro dell’Apocalisse. Sono molto affezionato a questo libro, l’ho studiato e arato in lungo e in largo. Non contiene la descrizione dei malanni finali, delle disgrazie che porteranno alla fine del mondo. Descrive il cammino della chiesa nel tempo, e lo descrive in termini di progressiva dilatazione della pasqua di Gesù, nei due momenti di venerdì santo e di resurrezione. Vedo il cammino della chiesa nel segno della passione e della resurrezione. Per passione non si intende semplicemente le persecuzioni degli avversari, ma i tradimenti dei figli, i ritorni all’indietro, le regressioni, gli impantanamenti, i rinnegamenti. Vedo come continua il mondo ad attrarre, a sedurre, molti cristiani continuano a cadere, a rinnegare il signore, ad adorare la bestia, ad adorare il drago, tutti simboli dell’Apocalisse. Tutto nella speranza teologale che poi si manifesterà il signore e tornerà, non so attraverso quali catastrofi ma sono certo ce ne saranno di tutti i tipi di quelle appena accennate, scenderà dalla Gerusalemme celeste e non ci sarà più lutto, pianto, amarezza. Dio sarà tutto in tutti. Di questo ne sono certo”.
Il Covid, la pandemia, cosa è cambiato nella chiesa e nella comunità cristiana?
“Ha messo allo scoperto quello che pensavamo fosse sostanza e invece era solo forma. A primo acchito è stato un disastro, forse poi alla fine, nel momento in cui ci si sta riprendendo, permette alle persone di apprezzare e valutare di più quello che hanno e quello che vivono. Non manca anche qualche effetto paradossalmente positivo del Covid”.
Quali sono oggi i problemi e le nuove frontiere della chiesa cattolica?
“La chiesa in questo momento non è in condizioni di poter parlare di nuove frontiere. Purtroppo è più sulla difensiva, come un pugile colpito e segnato anche oltre il dovuto. Questo fenomeno della pedofilia del clero, che è una tragedia gravissima, per cui non ci deve essere nessuna comprensione, io non la vedo come una componente inevitabile, permanente, che affosserà tutto. Io reagisco in maniera molto più decisa, a testa alta, a nome dei milioni di cristiani e di preti che hanno dato di sé buona testimonianza. Mi rendo conto però che in questo momento siamo come un pugile contato dall’arbitro sul ring”.
Come valuta l’azione, per alcuni versi rivoluzionaria, di papa Francesco?
“Indubbiamente la sua azione colpisce molto. Recentemente, in un libro, è stato fatto un paragone tra papa Ratzinger e papa Francesco, sullo sfondo c’era il dipinto delle stanze di Raffaello in Vaticano sulla scuola di Atene, in cui c’era Platone con il dito in alto e Aristotele con il dito in basso. Platone il filosofo dello spiritualismo e Aristotele della concretezza. Davanti a Platone c’era Ratzinger mentre parlava con il dito verso l’alto, e a Aristotele c’era papa Francesco con la mano tesa in avanti. Io lo vedo così, per il resto non appartengo alle tifoserie papaline. Sono stato educato dal mio maestro nella fede, il professor Giorgio La Pira, a porre attenzione e a fornire obbedienza alla sede di Pietro, più che a chi ci siede sopra”.
Come si risponde su un piano religioso a una società che inesorabilmente sembra sempre più secolarizzata?
“Credo sia fondamentale che la chiesa faccia il suo mestiere. Una società secolarizzata è una società consapevole del valore dei suoi mezzi nel mondo, la tecnologia, la cultura, l’arte, questa è la vita dell’uomo. L’annuncio della fede cristiana non si pone contro, si pone accanto. Non in maniera competitiva, ma in maniera alternativa. Non si deve in nome della fede svalutare le ricchezze della storia, della tecnologia, della cultura, dell’economia, della scienza, alternativa vuol dire “voi vi occupate di questo, noi ci occupiamo del senso profondo”, se tutto questo è un caso, se in tutto questo c’è una chiamata rispettiamo pienamente la condizione secolarizzata del mondo e le sue opere”.
Interi continenti vivono nella povertà, le sperequazioni anche nelle società avanzate sembrano aumentare, papa Francesco è molto attento a tutto questo. Come dovrà essere la chiesa per dare risposte adeguate? Come immagina la chiesa del futuro?
“Una chiesa capace di porre segni, ma i segni che noi porremmo non risolveranno mai il problema. Non abbiamo la forza di risolverlo. E’ una chiesa che smuove le coscienze, attraverso la fede e la comunità. La formazione delle coscienze ha un impegno sia personale, nel campo della solidarietà e della carità, sia anche politico”.
Lei è un uomo del Novecento, quali sono state per lei le figure di riferimento del mondo cattolico italiane e mondiali?
“Fondamentalmente i miei idoli da ragazzo, il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy, la cui morte quando avevo 16 anni mi stravolse come mi fosse morta la famiglia, perché stravedevo per la sua figura, e il professor Giorgio La Pira. E’ stato la mia persona di riferimento negli anni delicatissimi del ’68 in seminario. La cosa incredibile è che dopo cinquant’anni mi sono trovato a votare in Vaticano per la sua beatificazione”.
Il novecento è stato segnato dal Concilio Vaticano II, come ha vissuto quel passaggio storico della chiesa mondiale?
“L’ho vissuto abbastanza. Ero al liceo, e il mio vescovo me ne aveva parlato ma non avevo capito nulla. Ho cominciato a capirlo a metà degli anni settanta, e da allora lo sto approfondendo sempre più, nel suo valore e nei suoi limiti”.
Quali sono stati i libri, le letture che l’hanno segnata come uomo e come sacerdote?
“Io possiedo solo libri. Ho circa trentamila volumi, il venti per cento dei quali ho già lasciato alla diocesi, e gli altri al momento della mia morte li riprenderanno loro per completare la biblioteca. Quei cinquemila li ho dati via senza rimpianto, l’ho vissuta come una potatura. Recita un proverbio latino “timeo hominem qui unum tantum librum legit”, ossia “temo un uomo che legge un libro solo”. Il mio libro è Cristo, la Bibbia, e tutti gli altri trentamila. Ogni libro per me è un interlocutore, un amico. Io ci parlo con i libri”.
Il suo saluto alla comunità di Civita Castellana.
“Ancora non ci ho pensato, ma credo che il mio saluto sia semplicemente un grazie. Il resto diventerebbe un ripiegamento, grazie è una parola che riassume tutto. Ho sicuramente ricevuto più di quanto ho dato, ho fatto soffrire e ho ricevuto sofferenze, ho cercato di amare e ho ricevuto amore. Grazie”.
Giusi De Novara
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