Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Caro direttore, i dati statistici forniti dal sondaggio Piepoli sulla percezione della sicurezza a Viterbo meritano la valutazione sociologica che ne è inevitabilmente la principale destinataria, se non ovviamente l’unica.
– Sicurezza e microcriminalità, preoccupato il 78% dei viterbesi
Va premesso che non sono una novità; semmai confermano il dato già emerso nel 2012, quando nell’indagine da me diretta per conto dell’università La Sapienza e il comune di Viterbo sullo stesso tema, ma segnatamente rivolto ai giovani (vedi il report “Viterbo città sicura e sodale”) si evidenziava soprattutto questo bisogno di “controllo” della microcriminalità, della devianza e più in generale delle “incivilities” quotidiane. L’insicurezza “percepita” è un tema complesso, perché su di esso gravano condizionamenti sociali, culturali e mediatici. E’ sufficiente che si verifichi un episodio che colpisce l’opinione pubblica per vedere schizzare in alto da un momento all’altro certe paure, certe tensioni e, si badi bene, certe forme di pregiudizio e di discriminazione sociale. E su questo, sulla cosiddetta “costruzione sociale della devianza”, la politica e i media inevitabilmente finiscono per giocare un ruolo non secondario. La percezione della sicurezza, dunque, non sempre collima con i dati di fatto; se andiamo a leggere i risultati di certe indagini, ci accorgeremmo che qualcuno ritiene di vivere più tranquillamente a Scampia, al Librino o a Rogoredo che non a Piazza del Sacrario: perché è anche una questione di abitudine, di sentimenti soggettivi.
Le parole dei maggiori rappresentanti degli organi di tutela dell’ordine pubblico a Viterbo tendono a circoscrivere numerosità e gravità dei fenomeni di microcriminalità e devianza. Senza contare che si tratta di problemi comuni, oggi, a qualsiasi agglomerato urbano appena di medie dimensioni. E tuttavia il comune sentire del cittadino deve essere rispettato e semmai confortato: anche con una maggiore presenza sul territorio e con una diffusa videosorveglianza, che scoraggiano l’atto criminoso, vandalico o deviante.
Ciò detto, e siamo quasi all’ovvio, ci sono alcuni dati del sondaggio Piepoli a dir poco preoccupanti.
Accanto alla richiesta di più controlli e maggiore presenza fisica delle forze dell’ordine, anche in forma propositiva, e di una sorta di “rigenerazione urbana” dei quartieri più a rischio, ci sono questi due dati: un intervistato su tre (35%) vorrebbe evitare “concentrazioni di immigrati”; soltanto uno su 12 (8%) ritiene che l’integrazione culturale possa risolvere il problema.
Allora, sbrighiamoci sul secondo punto: l’integrazione e l’inclusione sociale, che sono parti fondative della cosiddetta prevenzione sociale della devianza al pari dell’educazione familiare e scolastica, sono il segno distintivo di una comunità civile. No lo dice il sottoscritto; lo dice l’Onu, lo dice la nostra Costituzione. Se una società non se ne fa carico, non è una società civile.
Sul primo punto, va ricordato che la distribuzione urbana della popolazione, in uno stato libero, è un fenomeno spontaneo e generalmente aggregante. Con l’idea di una dispersione etnica sul territorio, non sarebbero sorte le Chinatown, le Little Italy, i Quartieri Latini, ecc. in tutte le metropoli del mondo. Ma la realtà vera è un’altra: gli immigrati vanno ad abitare le aree più degradate, e quindi più a buon mercato, lasciate libere dagli ex residenti in cerca di abitazioni più comode, più accessibili, di natura prettamente residenziale. Certo che lì si ammassano gli immigrati , certo che lì si chiudono, certo che lì delinquono se non c’è accoglienza e integrazione.
Prima di arrivare ad una città di polizia, sarebbe opportuno arrivare a qualcosa che Viterbo ancora non è: ad una città civile, accogliente, aperta, dinamica, propositiva. Diceva un noto imprenditore viterbese degli anni ’60: “Sapete perché i toscani ci sanno fare e noi no? Perché loro sono commercianti da sempre, se vedono una persona nuova per loro è un cliente, noi invece siamo contadini, e se vediamo una persona ai confini del campo prendiamo il forcone”.
I viterbesi si preoccupano per la sicurezza? Come tutti, oggi. Ne va della qualità della vita. Solo che per loro, la sicurezza è solo una porta chiusa a doppia mandata e uno scarico di responsabilità.
Francesco Mattioli
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