Viterbo – La cultura come volano di crescita per il centro storico. Ne parla un sondaggio Piepoli, si sono succedute dichiarazioni di intenti al riguardo da parte di istituzioni e associazioni.
– Cultura, cultura e ancora cultura per rivitalizzare centro storico e frazioni…
Parliamo allora di “centro storico”.
Gentrificazione. Un termine ancora ostico ai più, ma che urbanisti, sociologi, policy makers conoscono bene, perché su di esso si è sviluppato un dibattito molto complesso e non scevro da implicazioni ideologiche contrastanti. Nasce negli anni ’60 per descrivere un processo di rivalutazione di alcuni quartieri urbani popolari, a seguito della quale un’area prende valore e viene presa d’assalto dalla speculazione edilizia e dai ceti più abbienti, con conseguente espulsione della popolazione originaria, per lo più proletaria. Il risultato è sì una rigenerazione qualitativa di quello spazio urbano, ma anche un’operazione di ulteriore ghettizzazione e marginalizzazione delle classi sociali più povere. Tuttavia in questi ultimi anni il concetto sta perdendo la sua connotazione negativa, soprattutto alla luce di una pianificazione urbanistica virtuosa che tende a rivalutare le periferie e le frazioni dotandole di servizi, di attrattori commerciali e di mobilità adeguati ad una migliore qualità della vita senza far collassare la residenzialità originaria.
Come si applica questa tendenza ai centri storici? Innanzitutto, va detto che i centri storici non sono tutti uguali. Altro è il grazioso paesello che ospita la suggestiva seconda casa del cittadino metropolitano in cerca di un disneyano e pittoresco angolo di paradiso; altro sono i grandi centri storici metropolitani attraversati a più riprese dalla modernità; altro ancora i centri storici di città di medie dimensioni che hanno conservato il loro tessuto urbano originario, come è il caso di Viterbo.
I nostri centri storici sono nati quasi tutti nel XII secolo; tra il XV e il XVIII secolo hanno subito interventi urbanistici importanti, specie nelle grandi città sedi di potenti signorìe vogliose di cambiamenti. Con l’industrializzazione, l’ingresso della ferrovia, la tramvia, la motorizzazione privata e il conseguente mutamento nell’uso della città i centri storici delle capitali e delle grandi città europee hanno subito tra la seconda metà dell’800 e la prima metà del ‘900 gli sventramenti della cosiddetta “hausmannizzazione”, iniziata nella Parigi imperiale di Napoleone III, e continuata ad esempio con l’abbattimento del Ring viennese o con la creazione a Roma dei grandi viali e con la distruzione della Spina di Borgo al Vaticano. Eppure, anche in questi casi i centri storici metropolitani sono rimasti legati ad una Storia, ad un modello di vita sociale, economico, culturale che sempre meno ha a che vedere con la modernità attuale; il traffico automobilistico ne è stato forse il principale responsabile, ma non solo: sono cambiate le attività economiche e soprattutto gli stili abitativi.
Le attività artigianali, in precedenza condotte presso le stesse abitazioni, sono state trasferite nelle periferie assieme a quelle industriali; il commercio, ormai vocato alla grande distribuzione, ha seguito lo stesso indirizzo. Chi è voluto restare ad esercitare nel centro storico si è trovato di fronte ad una diminuzione drastica della clientela che lo ha costretto spesso a ridimensionare l’attività, se non a chiudere i battenti. Certo, sono rimaste le aree di pregio legate alla frequentazione turistica e a certe tradizioni di consumo. Eppure, se ti allontani un po’ dal Triangolo della Moda a Milano, anche lì l’economia langue; altrettanto, se ti tieni a poche centinaia di metri da Via Condotti a Roma, da via Toledo a Napoli, da Via Mazzini a Verona. Di qui, i pesanti interventi di gentrificazione, che ad esempio stanno sconvolgendo, a Milano, il quartiere Isola, quello del famoso “bosco verticale” di Boeri e che hanno stravolto a suo tempo la City londinese.
Ma guardiamo ad altri centri storici; quelli delle piccole città che non hanno subito rilevanti cambiamenti urbanistici nei secoli; guardiamo al centro storico di Viterbo, sostanzialmente lo stesso del medioevo, con le poche eccezioni di Via Cavour (la “Via farnesiana” del XVI secolo), di Piazza del Plebiscito a sostituire l’arengo di Piazza S. Silvestro, e il ben più recente asse tra Via Marconi e via Ascenzi.
Il centro storico di Viterbo ha settecento anni; e tale è sostanzialmente rimasto. Si spopola? E’ ovvio; è inevitabile.
Gira da qualche tempo una formula magica, un mantra: “riportiamo i cittadini a risiedere nei centri storici”. Formula che viene declinata o nei termini di una mera retorica ideologica o nella forma giudiziosa della rigenerazione urbana.
E dove dovrebbero risiedere questi cittadini volenterosi? A parte i palazzi nobiliari e gentilizi – molti vuoti, deserti, ma almeno spaziosi e dotati sovente di cortili interni – i centri storici sono costituiti da abitazioni dalle mura spesse, con finestre piccole, scale ripide adatte agli stili di vita dei secoli addietro. Sono case che non puoi rigenerare dal punto di vista energetico (riempi i suggestivi tetti di impianti fotovoltaici, fai il “cappotto” alle facciate?); che non puoi aerare e illuminare dal punto di vista climatico; che talvolta hanno vincoli che non puoi alterare sul piano storico e architettonico; che non puoi dotare di comodi ascensori; che non danno garanzie sul rischio sismico; dove aprire un bagno è un problema; dove non puoi godere neppure di un garage, ma piuttosto di un buco o di un antro che si ingolfa sottoterra. E allora? Quali incentivi adottare per riportare qualche Dannato della Terra a vivere o a sopravvivere nel centro storico? Una detassazione? Insomma, la cosiddetta monetizzazione del rischio e del disagio?
Senza contare il traffico. I centri storici di stampo medievale – strade strette, vicoli, piazzette – sono stati lungamente ammorbati dagli scarichi automobilistici, sicché se ne auspica tuttora la chiusura, la pedonalizzazione. A parte che ci devi comunque arrivare in centro, e quindi sono necessari grandi parcheggi di scambio: chi ci dice che un domani, con i veicoli elettrici, non si torni ad un caotico su e giù di vetture per le strette vie del centro? Che poi, l’inquinamento dei centri storici deriva anche, anzi forse soprattutto, dal riscaldamento delle abitazioni, da “quelle” polveri sottili.
Forse i policy maker dovrebbero conoscere meglio certe inchieste statistiche, dove si legge che le giovani coppie – ma non solo – desiderano una casa a risparmio energetico, possibilmente dotata di verde intorno, con comodo garage e facilmente accessibile al ritorno dal lavoro. L’esodo degli abitanti – di ogni età – verso le nuove periferie attrezzate, a forte carattere residenziale, qualcosa vorrà dire.
Un processo iniziato da tempo. Come credete che si siano costituiti Viale Trieste, l’Ellera, i Cappuccini, ma anche il Pilastro, nel dopoguerra? Con gli abitanti del centro che abbandonavano le vecchie residenze, ormai disagevoli sotto tutti i punti di vista. Basta leggere le statistiche demografiche tra il 1950 e il 1990, vedere quando comincia lo spopolamento del centro e la parallela, impetuosa crescita demografica dei quartieri moderni oltre le mura, e fare due più due… Speculazione edilizia? Riduttivo e ideologico fermarsi a questa facile sentenza… le città crescono e si dilatano così ovunque nel mondo, da Los Angeles a Shangai, da Melbourne a Teheran; ma anche a Siena, a Benevento, a Mantova, a Cosenza o a Matera.
Così, alla fine, nei centri storici come quello di Viterbo si realizza una strana convivenza: da un lato, famiglie abbienti in grado di vivere in ampi spazi e sempre più rari cittadini ancorati romanticamente a certe tradizioni abitative; dall’altro famiglie povere – per lo più immigrate – che per motivi economici sono costrette a vivere in abitazioni vecchie e disagevoli, creando fortissime contraddizioni nella relazionalità sociale, forme di ghettizzazione e luoghi della marginalità e dell’esclusione che da decenni la letteratura scientifica sull’argomento descrive come le fonti principali della devianza.
Non è così che un centro storico può “sopravvivere”. Perché non è la città del futuro; e tanto meno di un futuro sostenibile.
Il centro storico viterbese non sarà mai più centro residenziale privilegiato. Potrà sopravvivere come luogo della fruizione turistica, culturale e della tradizione folclorica; potrà sostenersi con l’uso modaiolo delle varie forme rituali di consumo, dallo shopping alla movida; potrà ospitare, con i suoi grandi contenitori, attività culturali spontanee, iniziative formative, servizi pubblici, spettacoli, centri espositivi, hotel pluristellati; potrà offrire con le sue vecchie abitazioni piccole residenze temporanee per studenti, spazi provvisori di accoglienza sociale, graziose seconde case, suggestivi bed and breakfast, studi professionali e studi artistici, magari locali alla moda. Sarà raggiungibile per questo attraverso moderni sistemi di mobilità pubblica e privata (parcheggi di scambio, scale mobili sotterranee, minibus elettrici a ciclo continuo, bike e car sharing, ecc.) e potrà essere sottoposto ad utili forme di controllo, di igiene, di sicurezza. Di Corso Italia si potrà fare una sorta di centro commerciale dotato di tutti i servizi necessari e di un nuovo e diverso appeal socioeconomico e culturale. Su tutto questo si può lavorare, ma senza guardarsi malinconicamente indietro e senza neppure subire le suggestioni ideologiche di una riappropriazione residenziale che non è nelle cose.
Il rischio di fare Disneyland, di fare tutto finto? E’ dietro l’angolo, ed è successo in celebrati luoghi dell’Umbria e della Toscana. Ma sarebbe tutto finto anche abitare allegramente la vita e i luoghi di un passato sempre più remoto, sempre più estraneo all’oggi e soprattutto al domani.
I trend socioeconomici del mondo, gli indicatori di qualità della vita non depongono a favore di una residenzialità di qualità nei centri storici; non vi sono le condizioni, le prospettive, non è in quella direzione che si sta incamminando la civiltà urbana. Si può essere tristi per questo, si può essere nostalgici dei bei tempi andati; ma i tempi, appunto, sono “andati” e non si torna indietro, se non con provvedimenti demagogici che prima o poi si rivelerebbero per quello che sono, delle forzature.
Per inciso: oggi persino i centri commerciali e in genere il commercio al dettaglio devono stare molto attenti, perché se continua il trend in atto, potremmo anche veder sparire i negozi, così come li intendiamo, entro pochi decenni, a favore di una distribuzione online. E se certe tendenze diventano globali, non ci sono resistenze che valgono, se non a rischio di subire ancor più gravi ritardi e rovesci. Lo insegna la Storia, non qualche pensatore in vena di cattive divinazioni o voglioso di trovare qualche facile consenso sul web.
Francesco Mattioli
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