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Bagnoregio - L'ex magistrato e presidente del Senato Pietro Grasso intervistato dal direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti a Civita luogo del pensare ricorda il lavoro e il legame con Falcone e Borsellino

“Ho giurato sulle tombe dei miei amici Giovanni e Paolo che continuerò a cercare la verità…”

di Alessio Bernabucci
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Bagnoregio – “Ho giurato sulle tombe dei miei amici Giovanni e Paolo che continuerò a cercare la verità. Sono morti, ma risorti. Grazie alle reazioni dei cittadini e all’impegno dei giovani”. Pietro Grasso, ex magistrato, ex presidente del Senato e fondatore del partito Liberi e Uguali, ha lavorato fianco a fianco con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ne ha condiviso paure e speranze e conosciuto la quotidianità e la professionalità.


Pietro Grasso con l'accendino donatogli da Giovanni Falcone

Pietro Grasso con l’accendino donatogli da Giovanni Falcone


Pietro, o Piero per gli amici, Grasso intervistato dal direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti, ha presentato il libro Il mio amico Giovanni, scritto con il giornalista viterbese Alessio Pasquini ed edito da Feltrinelli.

L’evento fa parte della rassegna Civita luogo del pensare, organizzata da Francesco Bigiotti di Casa Civita, e si svolge, a Bagnoregio, proprio nel parco intitolato a Falcone e Borsellino. Un luogo simbolico, come ha spiegato il sindaco Luca Profili, anche alla luce del tema di quest’anno di Civita luogo del pensare: la legalità.

Grasso ha ricordato innanzitutto l’uomo. “Falcone all’apparenza sembrava una persona distaccata – ha spiegato l’ex magistrato -. Lui mi diceva che a Palermo quando si parla con qualcuno non si sa mai chi c’è dietro, potrebbe esserci chiunque. Ma Falcone era anche un uomo spiritoso e simpatico, oltre che professionale. All’arrivo in tribunale chiedeva, ironico, in segreteria ‘Mi ha cercato Alba Parietti o Kim Basinger? Altrimenti non richiamo nessuno’. Aveva interessi estremamente vari, collezionava piccole papere e penne stilografiche”.


Carlo Galeotti con Pietro Grasso

Carlo Galeotti con Pietro Grasso


Poi i piccoli particolari quotidiani della vita durante la camera di consiglio del maxiprocesso. Barba incolta durante il processo perché non c’era tempo di radersi, la lavagnetta su cui segnare il menù del giorno e le barzellette scambiate prima della cena.

“Dopo il maxiprocesso ci fu una reazione del sistema politico, giudiziario e giornalistico, che reagì in maniera incomprensibile. Borsellino stesso denunciò il fatto che stavano smembrando i processi e, dopo un’intervista, venne accusato di calunnia – ha proseguito l’ex presidente del Senato -. Il periodo più bello che ho vissuto con Falcone sono stati i primi mesi al ministero di Giustizia. Posso dirlo un amico perché ha influenzato tutta la mia vita, professionale e personale. Liberatosi della cappa insopportabile che gli impediva di fare il suo lavoro a Palermo, a Roma si sentiva libero. E là iniziammo ad avvicinarci sempre di più”.

Quindi Grasso ha illustrato il suo metodo di lavoro, il metodo Falcone. “Totalmente nuovo – ha spiegato -. Cercava indizi tramite le tracce bancarie e aveva capito che l’associazione mafiosa non poteva essere dimostrata con il sangue, ma con la spartizione dei profitti del traffico di stupefacenti. Sosteneva che le prove antimafia fossero in tutta Italia e non solo in Sicilia. Anzi in tutto il mondo. Ma venne attaccato da tantissimi altri magistrati, accusato di sprecare tempo e risorse. Il Partito comunista lo accusava di mettere in crisi l’autonomia della magistratura. Lui mi guardava triste e diceva ‘Vedrai che la giustizia vincerà’. Lo hanno accusato di scappare da Palermo per paura di essere ucciso. ‘So che la mia vita vale meno del bottone della mia giacca’, rispose un giorno a dei giornalisti”.


Pietro Grasso

Pietro Grasso


E poi la drammatica ricostruzione degli attimi che seguirono la strage di Capaci. “Mi precipitai all’ospedale, incontrai Borsellino ma dalla faccia che aveva capii che non c’era più niente da fare e che se ne era andata via una parte della nostra vita. Ho dovuto sacrificare il mio rapporto con la famiglia e con mio figlio. Ho sentito molto questo tributo personale. Mio figlio per anni ha avuto un rancore sordo, non capiva cosa poteva avergli strappato il padre per anni. Ero con lui quando ho saputo dell’attentato a Falcone. Mio figlio ha pianto Giovanni Falcone e là ha capito che si può morire per mafia. Da lì ho iniziato a ricostruire il rapporto con lui. E da là lui ha deciso di entrare in polizia”.

E poi la strage di via D’Amelio.

Carlo Galeotti con Pietro Grasso

Carlo Galeotti con Pietro Grasso


“Quando ho conosciuto Borsellino era molto scherzoso e gioviale – ha ricostruito parlando dell’amico e collega l’ex magistrato -. Dopo la morte di Falcone assunse un’espressione dura e rabbiosa. Una decina di giorni prima della sua morte, dalle sue parole ho avuto la consapevolezza che lui fosse cosciente di andare incontro alla morte. Tre giorni prima si fece confessare in ufficio. ‘Non so se arrivo a domenica’, disse”.

“Continuo da sempre a cercare la verità su quella strage – ha concluso commosso -. Ho giurato sulla tomba dei miei amici che continuerò a farlo. Sono morti, ma risorti. Grazie alle reazioni dei cittadini, alle catene umane, alle lenzuola con le scritte, grazie ai processi dello stato che sono seguiti. La mafia non è più violenta come una volta, e ora per sconfiggerla c’è bisogno dei giovani”.

Alessio Bernabucci


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23 luglio, 2022

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