Viterbo – Odi et amo, amore e odio insieme. Come possa accadere non si sa, ma succede. Lo sapeva e lo scrisse in versi Gaio Valerio Catullo, il bon vivant poeta che dal lago di Garda portò a Roma freschezza e goliardia insieme a passioni come quella per l’amante Lesbia cantata con rime ispirate a Saffo.
Aveva abbandonato la sua Verona giovanissimo per cercar successo in città, nella capitale dell’impero. Lo ottenne, ma la nostalgia del lago, della Sirmione perla delle acque, lassù lo riconduceva sempre. Lui e i “cari amici che, partiti dalla patria per terre lontane, strade diverse e varie riportano a casa”. Come i tanti che ad ogni estate o Santa Rosa tornano da dove partirono ricchi di esperienze e fama, tesoro per chi resta e orgogliosa disponibilità per loro che non di rado vivono con ansia il reincontro.
Lo testimonia un altro poeta, questo dei nostri tempi e della nostra terra, Vincenzo Cardarelli, in tante lettere che anni fa il comune di Tarquinia, sua città natale, con la Provincia e la Regione, raccolsero in tre ponderosi volumi: “Domani vado a Corneto (Tarquinia). Mi riconosceranno?”, scrive alla sua donna, poetessa anche lei, Sibilla Aleramo, abbinando il contrasto di sentimenti generato dall’incognita dell’accoglienza dei concittadini a quello ”tra l’uomo che voi avete amato e quello che vi ha fatto molto soffrire”.
Odi et amo, il soffrire di Giacomo Leopardi per “il natio borgo selvaggio” dove, incompreso, è “dannato intra una gente zotica, vil che m’odia e fugge per invidia”.
Versi di poeti, delicatezza di situazioni e conflitti che dall’antichità ad oggi la poesia sublima, ma l’egoismo nel rapporto affettivo e l’invidia nelle relazioni sociali fanno ignorare generando anche in Cardarelli la domanda se quel paese “che fa parte della mia vita e del mio sangue altro non è che il frutto della mia illusione e della mia nostalgia”.
Non sempre, infatti e come tanti altri, era stato capito. Tuttavia, nel testamento chiese di essere sepolto “nella mia terra natale, verso possibilmente l’antica Tarquinia mia e che mi si copra con uno dei miei cappotti”. Scriveva così un giorno, il 12 giugno 1951, tanto lontano dai freddi invernali, e Roberto Gervaso spiega: “soffriva di artrite periferica e, anche a Ferragosto, seduto a un caffè di via Veneto, indossava cappotto, sciarpa, guanti e sotto due maglie di lana, piegato in quattro, un giornale”.
Anni fa, Carlo Cardoni – uomo di sensibilità, cultura, generosa capacità organizzativa per il futuro della città e troppo prematuramente scomparso – realizzò una manifestazione annuale di tributo ai Viterbesi diventati illustri nel mondo, che le istituzioni indicavano ai cittadini per giusto orgoglio campanilistico, doveroso omaggio ma soprattutto per annodare una filiera che, coinvolgendo il meglio prodotto dalla terra di Tuscia, sollecitasse e sostenesse utili progetti, idee, relazioni.
L’estate, le feste patronali, Santa Rosa sono buona occasione per interessanti, interessate e doverose “rimpatriate” con viterbesi di ritorno e di successo ottenuto oltre le mura. Si passi l’immagine amicale, ma essa pare esprimere molto di più dello stereotipo mondano di un pur gratificante invito a “vedere la macchina” da palazzo dei Priori con rapido arrivederci incorporato. Ad un’altra Santa Rosa.
Renzo Trappolini
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