Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Se mai qualcuno ha ipotizzato che politica e cultura possano camminare divise, deve avere avuto un abbaglio, oppure ha parlato di cose che non conosce e sulle quali avrebbe dovuto tacere.
Che cosa è la cultura? È l’insieme delle attività creative dell’uomo, e allo stesso tempo è l’insieme antropologico dei valori, delle credenze, dei modelli di comportamento, delle abitudini di una società che si evolve nel tempo. La cultura, con buona pace di certi artisti che si sono sentiti “diversi” ed eccentrici rispetto al mondo in cui hanno vissuto, è un “prodotto” della società; ed è quindi un prodotto della politica, se a questo termine restituiamo il significato originario dell’agire collettivo di un popolo. Che poi un artista abbia saputo distinguersi, interpretando il cambiamento o le pulsioni critiche che in ogni società si producono nel momento in cui cresce, è semmai la prova ulteriore della strettissima connessione che lega società, cultura e politica.
Qualcuno, che si è limitato a leggere Marx, potrà rivendicare al filosofo tedesco il merito di aver legato alla politica (che per lui è scontro di classe) anche la produzione creativa, i valori, la religione e il costume di un popolo, in un rapporto per così dire di causa ed effetto. Niente di più riduttivo. Ma d’altronde lo stesso Weber sbagliava facendo dipendere la nascita del capitalismo dal calvinismo e pensando, con questa inversione causale, di censurare Marx. In realtà i fenomeni sociali sono processi di interazione in cui i vari fattori si influenzano a vicenda: quindi politica e cultura, quali che siano le accezioni che si voglia accordare loro, viaggiano inevitabilmente assieme in un reiterato scambio di influenze.
Insomma, Vittorio Sgarbi ha ragione a sostenere che cultura e politica debbano essere considerate strettamente connesse. E ha anche ragione nel ribadire che la produzione culturale debba essere protetta, cioè “conservata”. Ma qui mi preme fare una precisazione, che certamente sottoscriverà anche il critico d’arte, e a maggior ragione il sottosegretario alla cultura.
Limitiamo per un momento il discorso alla cultura come produzione artistico/creativa e come produzione di beni materiali. È ovvio che si debba proteggere e conservare, che si tratti di un quadro di Rembrandt, della poesia di Tibullo o delle pentole di un villaggio villanoviano. Ma questa cultura non va solo “conservata”. Va anche “comunicata”. Deve farsi strumento di informazione, di formazione, di educazione, di stimolo alla conoscenza del sé collettivo nel suo fluire storico. Non basta conservare un’opera d’arte o un antico strumento di lavoro, magari nei ripostigli di un Museo; né di offrirlo senza le giuste spiegazioni ad un pubblico avido di sapere. Quell’opera d’arte e quell’antico strumento di lavoro vanno descritti, illustrati, “spiegati” appunto, reinseriti nella storia della società, della cultura e del territorio che li hanno prodotti. Non è più il tempo di un Winckelmann che andava in cerca di un bello indicibile e percepibile solo all’uomo colto, che conservava una statua e gettava via una pentola. Talvolta – e ce lo insegnano gli archeologi – per conoscere lo sviluppo dell’umanità, per ricostruire la crescita del pensiero e dell’ingegno umano, per ripercorrere il cammino della storia, può essere più utile una pentola che una statua…
Insomma, si deve essere conservatori, sì: ma anche progressisti, nel senso di “andare oltre”, nel perfezionare la funzione comunicativa del prodotto culturale. Cioè fare in tutto e per tutto una “politica culturale”.
Ma attenzione: al contrario dell’arte e della cultura materiale, quella parte della cultura che attiene ai valori, alle tradizioni, alle abitudini, alle mode, deve essere costantemente soggetta al pensiero critico, all’idea di cambiamento. Perché, avendo una funzione prescrittiva nei confronti delle relazioni sociali, nel corso della storia perde la sua concretezza, la sua adeguatezza ai tempi. In tal caso essere conservatori avrebbe il sapore dell’assolutismo e del passatismo: potrebbe significare mantenere diseguaglianze, rendite di posizione, discriminazioni, ingiustizie sociali. A riprova, ancora una volta, seppur in tal caso con un diverso significato, che cultura e politica sono strettamente collegate fra loro e non c’è atteggiamento neutrale che tenga.
Francesco Mattioli
– Vittorio Sgarbi: “Politica e cultura separate per troppo tempo, dobbiamo essere conservatori…”
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