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L'irriverente

In lode dei consiglieri comunali

di Renzo Trappolini
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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Se martedì pomeriggio Mattarella e il giorno dopo la Meloni non ci fossero andati, l’assemblea annuale dei comuni d’Italia sarebbe forse stata raccontata solo con qualche trafiletto a fondo pagina o immagini di routine a metà tg. Eppure, si tratta della riunione, la trentanovesima, dei sindaci e dei consiglieri di quasi ottomila comuni. Quelli, in pratica, da cui dipendono davvero le nostre condizioni di vita: l’acqua, le strade, i trasporti, la scuola, la casa.

Non solo, ma ormai, in questa repubblica che non è sicuramente né la prima né la seconda e potrebbe essere la quarta, i centomila che siedono nelle aule consiliari dei “palazzi di città”, come li chiamano i francesi, sembrano rimasti gli unici pubblici rappresentanti di cui possiamo essere veramente elettori. Ci è ancora dato, infatti, di votarli conoscendoli e valutando quel che fanno, hanno fatto o intendono fare per il nostro territorio che è anche il loro.

Sarà per questo che la legge con cui vengono eletti è l’unica che resiste da un trentennio rispetto alle altre ed è sostanzialmente e pressoché unanimemente apprezzata perché si diventa e si resta consigliere comunale o sindaco in base al rapporto fiduciario con l’elettore  e non per la sola fedeltà al capopartito o al capocorrente, come avviene con le liste bloccate e le alleanze elettorali di comodo che paracadutano qua e là per l’Italia i “favoriti”, candidati che neanche conoscono il territorio, né si periteranno di adoperarsi per esso perché, al prossimo giro, il padrone della scuderia un altro posto su cui atterrare glielo troverà.

Consiglieri e sindaci, chiamati dalla loro associazione, l’Anci, una volta l’anno si riuniscono e dibattono i problemi dei comuni, anzi dei “comuni” cittadini, senza distinzioni di appartenenze partitiche, con uno spirito unitario che mai è venuto meno e che anche in questi giorni, a Bergamo, il presidente De Caro ha riaffermato all’insegna del dovere di “essere sempre pronti a collaborare”.

Quello che serve e che, una volta, faceva dei consigli comunali la scuola di formazione dei dirigenti di partito e dei membri del parlamento. Ha detto Francesco Rutelli, tra i migliori sindaci della capitale, poi ministro, sfidante capo di governo e, abbandonata la politica attiva, capace manager di cultura e produzione nella cinematografia: “Alle elezioni comunali ho avuto oltre il 60% dei voti e, nonostante questo plebiscito, mi sono sudato nell’aula del consiglio ogni delibera. Se nella vita non hai fatto almeno una volta il consigliere comunale, ti sarà difficile capire le tecniche e le leggi della politica”. 

Alcuni, da sempre, parlano di un “partito dei sindaci”. Non è mai stato formalmente costituito, ma la classe politica municipale rappresenta solidamente e visibilmente, rispetto alle caste degli onorevoli nazionali e regionali, un circuito parallelo e in grado di rendere produttiva la naturale dialettica, contestativa o propositiva che sia, tra centro e periferia.

Avrebbe preso avvio, forse, già ai primi anni dello stato italiano unitario, quando, nella primavera del 1879, seppure i sindaci non erano allora eletti ma nominati dal governo, in sessanta si riunirono a Torino per discutere della amministrazione delle loro città.

Doveva essere un’ordinaria riunione tecnica di funzionari. Invece, si trasformò nella prima rivolta politica contro il “potere centrale” dal quale e a nome dei cittadini amministrati quei sindaci reclamavano la riduzione delle tasse statali e l’aumento di quelle comunali. Rivendicazione che ancora dura. Non solo per i non infrequenti tagli dei finanziamenti dei servizi essenziali che i cittadini chiedono anzitutto ai comuni e nell’impegno per gli investimenti portati dai soldi europei del Pnrr, ma sul fronte della attuazione delle autonomie differenziate sì, però nella sussidiarietà. Un disegno, è stato detto a Bergamo, per il quale i comuni “unico livello di governo nell’ultimo decennio, hanno lavorato con grande unità senza distinzione di partito o di area geografica, aiutando chi più ne ha bisogno senza tagliare risorse agli altri”.

Ascoltando, non ci si può che rammaricare e spegnere a tempo indeterminato i talk show televisivi, con quei chiacchieroni a gettone cinici sfollagente dalla politica, la quale sembra invece poter vivere una diversa stagione, quella sua propria del civismo e del volontariato.

Renzo Trappolini


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28 novembre, 2022

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