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L’Irriverente

Un vescovo accelerato con ritmo…

di Renzo Trappolini
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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo - Il vescovo Orazio Francesco Piazza

Viterbo – Il vescovo Orazio Francesco Piazza

Viterbo – Anche se si propone di “misurare i ritmi del cammino umano sul più debole, non sul più veloce”, il vescovo Piazza in meno di una settimana ha conquistato la prima fila tra “chi ha tempo e non aspetta tempo”.

Assolti la prima domenica di dicembre i riti canonici dell’insediamento e gli incontri di pragmatica con i “suoi”, dopo i carcerati e i malati, in tre giorni è andato dovunque la comunità civile è rappresentata: prefettura, questura, comune capoluogo, con appuntamento agli altri sindaci, e consiglio provinciale.

In mezzo, conferenza stampa e l’intervista a Tusciaweb che ne fa cogliere al direttore Galeotti l’animo “giovanneo”. Anche i ritmi dei primi atti sembrano, peraltro, tarati sullo stile Roncalli, il papa che, il 28 ottobre 1958, appena cambiato il nome da Angelino in Giovanni XXIII, designa seduta stante il primo cardinale, Alberto Di Iorio che reggerà per anni le finanze vaticane; un paio d’ore dopo, con la veste ancora troppo stretta perché preparata per un fisico che il sarto Gammarelli non poteva immaginare potesse essere il suo, convoca Domenico Tardini – sepolto qui da noi a Vetralla – e gli affida la segreteria di Stato. Causa notte ormai fonda, rinvia all’indomani la scelta di 23 nuovi cardinali e la fa. Si rivolge ai politici del mondo con uno speciale messaggio ai “reggitori delle nazioni” e trasforma l’udienza ai giornalisti nella prima conferenza stampa di un papa.

“Frequenterò tutti”, ha promesso Piazza, avvertendo che se sarà “tirato per la giacca, non ci sarò con i giochi di parte” (Giovanni XXIII si descrisse “padre di tutti, amico di nessuno”).

Intende dare una “spallata ai pregiudizi”. Quasi come Roncalli quando, meno di tre mesi dopo l’elezione, parlò del  Concilio che avrebbe terremotato culture, usi e costumi di mezzo mondo.

Intanto, vuole avviare “percorsi di formazione sociale e civile”. È stato docente di etica sociale e l’università della sua provincia natale, Benevento, lo ha accolto. Contrariamente a quanto non fece La Sapienza di Roma con il professor Joseph Ratzinger, Benedetto XVI.

Aspettiamo e vedremo, certi che la formazione all’etica non sarà elitaria o – Dio ne guardi – di parte.

L’etica individuale e collettiva richiede, infatti, platee vaste e, con internet, i  luoghi in cui incontrare e dialogare sono senza barriere. Tutt’altro rispetto alle sezioni o alle piazze fisiche, agorà d’un mondo che fu e, quindi, ai “corsi” da Comitati Civici.  Ne è dimostrazione la differenza tra un sistema politico che aveva otto milioni di iscritti ai partiti e quello attuale caratterizzato da un elettorato che si sposta rapidamente da una parte all’altra.

Formazione, dunque, per tutti, perché in questo paese, lo disse Moro, c’è bisogno di ricominciare a credere e praticare l’etica dei doveri.

De Gasperi, citando Erodoto, ricordava: “La sovranità dello stato è legalmente devoluta non ad una o a certe classi particolari, ma ai membri tutti della comunità” e per Piazza “la buona politica è un buon governo della casa che consente ad ogni soggetto che la abita di poter vivere in pienezza la propria condizione”.

Nella primavera scorsa (Tusciaweb 4 aprile 2022) , sentimmo, però, altre parole da un alto esponente della Curia romana sulla necessità di assicurare al popolo dei “capi, così come la chiesa ha bisogno dei vescovi”. Unicuique suum e senza confusione, perciò. 

Renzo Trappolini


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12 dicembre, 2022

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