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Cultura - Il sociologo Francesco Mattioli risponde a Lorenzo Natali che in un'intervista ha detto che Viterbo non è una città per universitari

“Non diamo tutta la colpa alla città, anche lo studente può portare iniziative, cultura, socialità”

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Lorenzo Natali è uno studente modello dell’Unitus, e si vede, perché si preoccupa di questioni che vanno ben al di là dell’efficienza scientifica, culturale e didattica dell’Università.  Lui parla della città. E’ vero, Viterbo ha poco della città universitaria. Le amministrazioni hanno sempre trascurato questo aspetto. Ad esempio, sul piano logistico, con un servizio pubblico insufficiente, soprattutto per gli orari,  che sconta la preponderanza del trasporto privato. Chi abita nelle frazioni e non ha un mezzo di trasporto suo, ad esempio, soprattutto nel weekend deve tornarsene a casa che è ancora pomeriggio. Così, il trasporto pubblico diventa un servizio per sfigati.

Di conseguenza, quel decentramento delle sedi che dovrebbe essere il fiore all’occhiello di una istituzione universitaria e dovrebbe essere benedetto dalla città,  finisce per essere solo un onere in più per gli studenti.  Con questi trasporti, si creano anche difficoltà negli affitti, se solo ti allontani troppo dalle sedi universitarie in cerca di buone occasioni.

Inoltre, non mi risulta che l’Unitus e la città lavorino assiduamente insieme, né oggi né ieri, anche se  il triennio del Covid non  ha certo aiutato. Comunque, si potrebbe fare di più, sulle biblioteche, sui centri di ricerca integrati, sulla progettualità urbana e ambientale, sull’offerta e sullo scambio culturale. Suvvia, diciamolo, tra università e enti locali non c’è stato sempre un gran dialogare e l’attuale sistema accademico e scientifico, che premia – anche finanziariamente – i rapporti internazionali rispetto a quelli locali, di certo non aiuta.

Peraltro, Viterbo non ha una lunga tradizione di città universitaria; quarant’anni, Libera Università compresa, sono nulla rispetto a certi processi di identificazione che vengono da lontano. E si vede.

Ma non darei tutte le colpe alla città, caro Natali.  Come osservò Leonard Henny, sociologo e fotografo olandese ad un convegno sulle città universitarie organizzato a Roma negli anni ’80,  lo studente universitario può essere un “animatore” della città, può essere lui a portare iniziative, cultura, socialità, spirito nuovo e, soprattutto, internazionale.  Non solo l’ateneo.

Univercity è attiva sui diritti Lgbt? Benissimo, è cosa buona e giusta, specie in un ambiente un po’ retrivo come quello di questa città. Ma è un po’ poco, un pochino settoriale persino rispetto al più vasto orizzonte del politically correct.  

E lamentarsi perché lo studente universitario dopo l’una di notte non  sa dove sbattersi mi sembra riduttivo, forse più “goliardico” che  “universitario”, come ammoniva già Henny  (per esser chiari: uno che quarant’anni fa studiava la marginalità sociale, non i circoli del golf), osservando i luoghi e i rituali dell’aggregazione giovanile universitaria d’allora (che non  sono cambiati, per lo meno in città universitarie di piccola e media grandezza  come Bologna, Parma, Pavia, Firenze, Perugia, Siena e così via).  

Forse lo studente universitario, oltre che studiare, potrebbe creare associazionismo sociale, teatrale, musicale, letterario, sportivo, stare sul territorio con delle iniziative concrete e trasversali, interpellando e sollecitando il Comune, la Politica, le Istituzioni,  e lo stesso ateneo.

Natali promette che si farà; ne sono felice per lui, per l’ateneo e per la città, purché si faccia cultura, aggregazione, si coinvolgano le piazze con tutti i suoi cittadini  – come lui stesso meritoriamente si augura – non solo gli illuminati sulla via di damasco in qualche bistrot.

Francesco Mattioli


– “La città di Viterbo respinge gli studenti universitari”


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3 gennaio, 2023

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