![]() Un momento del funerale della cultura |
Riceviamo e pubblichiamo – Un po’ di storia recente. Nel 2012 la chiusura del Cinema Trieste mette in brutta evidenza la totale mancanza di spazi per la cultura nella città di Viterbo: teatro Unione chiuso da tempo, teatro San Leonardo, così come lo stesso cinema Trieste, di proprietà privata (la Curia), costoso e inospitale, cinema Genio chiuso.
Nasce spontaneamente il comitato cinematriesteaperto, che, tra le altre cose, organizza il “funerale della cultura”. Grande evento, fortemente partecipato; cittadini, associazioni e operatori culturali, corteo, flash mob a piazza del Comune, ceri e fiori.
Ma, si sa, la parte più difficile viene dopo le esequie.
Bisogna decidere come andare avanti. Perché e con chi. Qualcuno decide dopo pochissimo tempo di “chiamarsi fuori”: ma, si sa, la democrazia, la partecipazione, la condivisione delle scelte, è cosa difficile.
Bisogna avere la pazienza di ascoltare le ragioni degli altri, mediare le proprie posizioni, trovare punti di contatto, incontrarsi e a volte scontrarsi senza arrivare a rotture. Occorre mettere in secondo piano i propri interessi immediati per raggiungere obiettivi comuni. Inoltre occorre conoscersi, sì perché la pratica della partecipazione è, come dire, poco praticata.
Dal comitato cinematriesteaperto (cinema di proprietà privata, non esigibile) nasce “Spazi aperti alla cultura” che, contrariamente a quanto gli esperti dei rapporti con le istituzioni suggeriscono (per esperienza e consuetudine), cerca un nuovo percorso di partecipazione condivisa con le istituzioni e con quanti vogliano essere presenti.
La partecipazione dei cittadini viterbesi alle scelte culturali (di questo parliamo in questa sede, ma potremmo estendere queste considerazioni anche ad altri settori della vita pubblica) è poco utilizzata, a meno che per partecipazione democratica non si intenda la risposta ai bandi settembrini e ora anche natalizi. Così, giusto o sbagliato dipende da dove ascolti,”Spazi aperti alla cultura” decide di iniziare un percorso di confronto in particolare con il Comune, nella figura del sindaco Marini, non alla ricerca fantascientifica di nuovi mondi, ma alla ricerca di spazi fisici e spazi mentali di condivisione, partecipazione e di nuovi schemi di relazione.
Riunioni, assemblee, incontri con le associazioni, gli operatori culturali, gli studenti, i cittadini, comunicati stampa, mail, comunicazioni su social network per allargare la partecipazione il più possibile, per definire insieme istanze e risposte.
Per arrivare ad ottobre 2012. Dopo aver individuato insieme al sindaco la Sala Gatti come unico luogo fisico al momento possibile, viene elaborato un importante progetto: la “Casa delle culture e delle arti. Viterbo”.
“Una proposta culturale aperta alla città, alle sue realtà attive nel campo della formazione, del teatro, della musica e delle arti visive. Uno spazio collettivo e aperto in cui ritrovarsi insieme ad immaginare.”
Il progetto, proposto da sedici associazioni e presentato insieme alla richiesta di gestione della tensostruttura di cui si prevedeva l’allestimento, viene poi discusso su invito del sindaco, con lo stesso, con il nuovo vicesindaco, con il dirigente di settore, insieme alle realtà che già usufruivano della sala per spettacoli e laboratori teatrali, proprio per meglio definire gli accordi.
La richiesta di gestione della Sala Gatti e del Teatrotenda viene modificata in richiesta di utilizzo, la prima per un anno, la seconda per un mese, con una programmazione che prevede la partecipazione di altre realtà culturali presenti nel territorio e interessate alla condivisione degli spazi e degli obiettivi.
E arriviamo al 16 novembre 2012.
Per ciò che riguarda la gestione del Teatrotenda, l’amministrazione ha fatto scelte che non prevedevano la programmazione condivisa e autogestita richiesta dalle associazioni proponenti. Per il progetto “Casa delle culture e delle arti. Viterbo”, regolarmente presentato, frutto di lavoro, di partecipazione, di condivisione,”Spazi aperti alla cultura”, le associazioni proponenti, gli operatori culturali, i cittadini che hanno continuato nel corso di questo anno ad interessarsi e ad essere presenti, aspettano una risposta. O meglio, non aspettano più niente. Il tentativo di superare, ove possibile, i pregiudizi, gli stereotipi andava fatto. Lo abbiamo deciso democraticamente e faticosamente.
Non è stato un anno da dimenticare, al contrario. La costruzione di un processo partecipativo richiede tempo e sforzi.
Per fare certe cose ci vogliono orecchie che sappiano ascoltare.
Patrizia Antonini
per Spazi aperti alla cultura
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