![]() Francesco Mattioli |
– L’emergenza rifiuti, per vari motivi, ha toccato Viterbo. E non solo perché i costi di smaltimento lievitano, ma anche perché numerosi cittadini hanno lamentato in questi ultimi tempi un aggravamento delle condizioni igieniche della città a causa di un difficile avvio della raccolta differenziata nel centro storico e del comportamento incivile di chi trasforma gli spazi intorno ai cassonetti in vere e proprie discariche.
Il discorso ovviamente non si ferma all’aspetto estetico di certe vie e di certe piazze ridotte ad immondezzai, specie in periferia.
Dopo la criminalità e il traffico, il problema dello smaltimento dei rifiuti costituisce il terzo elemento di criticità della sicurezza urbana, perché implica situazioni gravi dal punto di vista igienico e sanitario; molti rifiuti sono da considerare pericolosi perché inquinanti, mentre quelli organici richiamano animali randagi, ratti, parassiti e insetti dannosi. Non a caso, l’abbandono di certi rifiuti configura non una semplice incivility, ma un vero e proprio reato di carattere civile e penale.
La soluzione del problema non è facile, tutt’altro, perché i punti critici sono ben tre.
Innanzitutto, la nostra civiltà dei consumi, che è stata definita da vari studiosi, da Jean Baudrillard a Giampaolo Fabris, come la civiltà dello spreco, produce fisiologicamente e inevitabilmente una massa di rifiuti impensabile appena qualche decennio fa: ciò significa che ogni centro urbano si deve – e si dovrà sempre più – misurare con il problema dello smaltimento dei rifiuti. E’ già emerso il conflitto tra amministratori e ambientalisti sulle soluzioni, con tutti i dibattiti sulla raccolta differenziata, sul riciclo, sulle discariche e sui termovalorizzatori, fino a coinvolgere il più ampio discorso sullo sviluppo ecosostenibile, che non riguarda soltanto l’uso delle fonti di energia, ma anche una diversa strategie del consumo e del riutilizzo dei materiali.
In secondo luogo, c’è sicuramente una responsabilità oggettiva degli amministratori, che per lo più vorrebbero, ma non possono, garantire un servizio impeccabile; problemi finanziari, mancanza di personale, e qualsiasi progetto innovativo diventa pura utopia, che per coloro che hanno veramente a cuore le sorti della città. Ne sa qualcosa quel cireneo dell’assessore Arena.
In terzo luogo, dobbiamo considerare la coscienza civica dei cittadini, cioè la loro educazione alla convivenza, che è tutt’altro che esaltante,visto che gran parte della gente è compulsivamente in preda alla sindrome Nimby anche quando si tratta di immondizia. Molte persone sottovalutano il problema, quando va bene, oppure se ne infischiano allegramente: purché casa propria sia ripulita, poi quel che accade dieci metri più in là, non conta più nulla.
Nella recente inchiesta sulla sicurezza, promossa dal Comune di Viterbo con l’Università “Sapienza” di Roma presso i giovani viterbesi, si è constatato che i cittadini, pronti ad intervenire direttamente quando si tratta di scongiurare un atto di violenza o di impedire una rissa, non alzano un dito di fronte ad un problema igienico sanitario come quello delle discariche a cielo aperto, ritenendo che il compito di fronteggiare la questione sia esclusivamente del Comune.
Insomma, quella specie di vigilanza comunitaria che sopravvive in qualche misura di fronte all’estemporaneità criminale, scompare quando si tratta di impedire uno scempio ambientale o la cattiva condotta dello sporcaccione del momento. Ciò significa che il rapporto tra cittadino e rifiuti non è né sereno, né tanto meno civile.
L’assessore Arena, con certosina pazienza, si aspetta che il tempo giochi a suo favore e si impegna ad offrire ai cittadini viterbesi nuove opportunità per disfarsi delle loro cianfrusaglie: significa che lavora soprattutto sulla prevenzione, e per questo è certamente ammirevole.
Tuttavia negli anni recenti il dibattito sulla prevenzione dei rischi urbani ha preso una piega differente, anche a livello scientifico. La prevenzione intesa come educazione ha tempi lunghi, sebbene alla distanza offra i risultati migliori, e soprattutto sia più consona alla sostanziale intelligenza del genere umano e più dignitosa nel contesto dei rapporti fra le persone.
Ma c’è un’altro tipo di prevenzione, ed è quella legata alle strategie di dissuasione. In questo caso, sebbene le istituzioni e le comunità debbano ricorrere a modalità più vessatorie e più intimidatorie, che penalizzano la qualità delle relazioni sociali, i risultati appaiono immediatamente concreti.
Molti studiosi delle problematiche urbane, di varia ispirazione ideologica, si sono ormai resi conto che la nostra convivenza è talmente complessa e talmente piena di incertezze che bisognerà fare delle scelte, anche poco esaltanti: le strategie di controllo, anche a costo di ridurre in taluni casi la nostra privacy, sono ormai necessarie a regolare un traffico comportamentale altrimenti ingovernabile e potenzialmente esplosivo.
La videosorveglianza sta diventando uno strumento indispensabile a garantire non dico la sicurezza, ma la stessa qualità della vita del cittadino. Ed è questo l’invito che mi sento di fare, per scongiurare certi atti di ordinaria inciviltà urbana: aumentare i controlli e attraverso essi comminare sanzioni. Per chi non capisce le regole della convivenza civile, sembra inevitabile il ricorso al rigore. E se qualcuno considera l’occhio della telecamera come quello di un sordido Grande Fratello, pensi invece che quello strumento, se voluto democraticamente da un comunità, diventa piuttosto l’occhio di una collettività intera, severa ma attenta alla propria sicurezza. Recenti episodi di cronaca ci hanno mostrato quanto una telecamera in funzione o una telecamera guasta possano decidere dell’esito di un dramma quotidiano.
So già che i teologi della libertà individuale storceranno il naso; per fortuna alcuni di loro sono anche quelli che si indignano per un crudele atto di bullismo, per un gatto avvelenato o per un frigorifero abbandonato per la strada. La domanda è: educare, certo; governare meglio, sicuramente; ma contro l’incivile delle 21.02, ora, hic et nunc, che si fa?
Francesco Mattioli
Responsabile del Progetto “Viterbo Città Sicura e Sodale” per il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale dell’Università “Sapienza” di Roma.
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