Elezioni regionali - Il candidato al consiglio Giacomo Barelli (Azione) dopo la sentenza della Cassazione che ha condannato Rebeshi, Trovato e sodali
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 Giacomo Barelli |
Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Con la sentenza di ieri la Cassazione chiude il processo “Mafia Viterbese” sancendo definitivamente che la mafia c’è anche a Viterbo.
Una vicenda, questa, che ha sconvolto questa città dal momento in cui è nata fino alla sentenza definitiva e che personalmente ho sempre denunciato negli ormai noti interventi in consiglio comunale con il sostegno, allora, solo di pochissimi colleghi.
Il riconoscimento, passato in giudicato, dell’aggravante mafiosa per quei fatti, ha un significato ancora più importante in una città ed in una provincia come la nostra dove la politica sembra non interessarsi al fenomeno.
Dai “4 delinquentelli” come li definì qualcuno nella precedente legislatura all’assordante silenzio della politica attuale, la questione delle infiltrazioni mafiose nel nostro territorio non trova spazio nemmeno in campagna elettorale.
Ed infatti al di là delle solite passerelle nelle drammatiche ricorrenze delle stragi, fatte forse più per mettersi in pace con la coscienza che per vero trasporto, nessuna delle attuali forze politiche della Tuscia si azzarda a mettere al centro della dibattito la questione “mafiosa”.
E ciò è ancora più grave in un momento in cui a livello nazionale si mettono in discussione i più importanti strumenti di lotta alla criminalità (intercettazioni, 41 bis e così via), e nella nostra provincia e in regione sono arrivati e arriveranno un fiume di soldi del Pnrr e sono stati avviati i primi appalti.
Se è vero che la direzione nazionale antimafia e l’osservatorio regionale Mafie nel Lazio sono concordi nel ricordare come in due anni a Viterbo, definita “tranquilla provincia laziale”, siano stati contati 45 tra atti intimidatori e incendi e che, nel paragrafo dedicato a Viterbo ed alla sua provincia, gli investigatori segnalano il singolare caso dello sfarzoso spettacolo pirotecnico nella strada che costeggia il penitenziario, che sarebbe stato organizzato per festeggiare l’arrivo di 300 detenuti, la maggior parte di alta sicurezza, trasferiti dal carcere di Frosinone a quello di Viterbo, ciò non sembra turbare i sonni della politica locale.
Se viene inoltre ribadito come nella Tuscia, pur trattandosi di organizzazioni mafiose autoctone, siano riferibili alla ‘ndrangheta e che vi sia una presenza di appartenenti al mondo della camorra con anche la presenza di una nutrita componente di criminalità albanese dedita non soltanto a furti e a reati di criminalità diffusa ma anche a traffici di stupefacenti su larga scala, ciò non sembra un argomento da campagna elettorale.
Se poi, a proposito di soldi, si segnala che “nel viterbese inoltre i clan opererebbero anche in maniera silente riciclando proventi illeciti” la questione sembra addirittura suscitare un certo imbarazzo.
Tutto questo non sembra interessare alla politica troppo impegnata a promettere di realizzare le stesse cose che non ha realizzato in 30 anni.
Che questo sia ritenuto da qualcuno “normale amministrazione” mi spaventa, non mi intimorisce, e mi spinge ancora di più a dire che questo territorio purtroppo è cambiato e dobbiamo avere il coraggio di dirlo.
Descrivere il nostro territorio in maniera diversa dalla realtà non serve a contrastare il fenomeno criminale anzi lo aiuta.
Dire oggi con sentenza definitiva che per la prima volta dal dopoguerra la mafia si sia interessata al nostro territorio, alle politiche amministrative e non riconoscere il problema significa fare un danno a tutti i cittadini.
La politica, quella buona che non è di destra o di sinistra, ha il dovere di spiegare e denunciare queste cose che ci sono e vanno combattute non può chiudere gli occhi.
La politica non si deve fermare alla delega alla magistratura della lotta alla mafia ma deve andare andare in fondo a queste vicende per capire se ciò possa accadere di nuovo ed interrogarsi sulle contro misure da prendere che non sono solo quelle investigative e giudiziarie.
In sintesi ripartire anche sul nostro territorio dalla “questione morale”.
Giacomo Barelli
Segretario provinciale Azione
Candidato al consiglio regionale del Lazio
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