![]() Renzo Trappolini |
– Quando nel 1979 fu approvata dal parlamento la legge che istituiva l’università della Tuscia, Giulio Andreotti era presidente del consiglio e lui, che l’aveva per primo autorevolmente proposta, riuscì a far superare le resistenze, pure locali, del Pci – e non solo – grazie ad un lavorio di contatti e mediazioni, soprattutto insieme al senatore Adriano Ossicini, suo antico compagno d’università, cattolico-comunista che egli aveva difeso con energia e intelligenza anche dalle intemerate di Pio XII.
Con quel papa, come con i successori, Andreotti era in piena confidenza, potendo entrare e uscire dalla sua stanza senza molte formalità – era presidente degli universitari cattolici – ma, quando ci fu da opporre il rifiuto della Dc all’intento pontificio di una sacra alleanza con gli ex fascisti per evitare i comunisti al Campidoglio, non ebbe timore a dirglielo, scriverlo e, poi, secondo il suo stile, rammentarglielo.
Democristiano e cattolico nell’anima, ma anche laicamente italiano, uomo delle istituzioni che, persa la battaglia contro l’aborto, non si tirò indietro quando, con la sua firma, ci fu da pubblicare la legge in Gazzetta ufficiale.
Così come quando, messo sotto processo a Palermo e Perugia, non mancò mai un’udienza per rispetto della giustizia e ricordo di averlo incontrato sereno in aeroporto, sulla navetta per l’aereo in partenza verso il capoluogo siciliano.
Giulio Andreotti, che era stato ministro della Difesa, sostenne i provvedimenti che portarono a Viterbo generazioni di militari, quando avere le caserme in città significava ricchezza, dando così una prospettiva che – come l’università, poi – si inseriva nelle opportunità che, per la Tuscia, potevano derivare, grazie ad ambiente, storia e cultura, dalla scelta del terziario, i servizi.
Ogni settimana, c’erano a Viterbo e in provincia i suoi uomini a ricevere ed aiutare e lui non mancava nelle occasioni ufficiali, ma anche famigliari di molti, al centro e in periferia.
Aveva cominciato con i comizi e, dopo uno dei primi, a Ronciglione, padre Innocenzo, un cappuccino, gli scrisse per proporgli qualche brava ragazza in moglie. Ma lui era già sposato – e felicemente con molti figli – a una donna, Livia, che, un giorno ai Castelli – inviato a rappresentare la mia banca di allora in un ristrettissimo incontro con Giovanni Paolo II appena eletto – vidi arrivare a bordo di una semplice Panda e mia moglie, che era con me, la sentì, molto familiarmente, lamentare qualche disagio per “le scarpe strette”.
Altri uomini ed altre donne.
Altri politici. Perché Giulio Andreotti, se non conosceva uno per uno tutti i suoi trecentomila elettori del Lazio, mai rifiutava di incontrarli o rispondere per lettera autografa (compreso l’indirizzo col Cap e pure se gli chiedevano suggerimenti per l’emicrania). Fossero i postulanti che al mattino presto lo aspettavano al portone di piazza Montecitorio 115, il suo studio dove entrava verso le sei, o i sindaci, gli amministratori che molte delle opere che riuscivano a realizzare, dovevano al sostegno del deputato, ministro, capo del governo Giulio Andreotti.
In campagna elettorale, poi, il suo tour nei paesi della provincia era un bagno di folla: mi accadde di accompagnarlo in macchina per una giornata intera e bere il caffè del suo thermos. Ricordo che un giovane dc lo salutò con un po’ troppa retorica. Una cosa che, si sa, non gli piaceva: si limitò ad augurare al giovane laudatore di diventare sottosegretario alla presidenza del consiglio, com’era lui alla sua età.
Montanelli ha scritto che quando De Gasperi parlava in chiesa con Dio, Andreotti andava in sacrestia a parlare di cose terrene col prete.
Erano gli anni della ricostruzione del paese, uscito sconfitto dalla guerra, povero e sgradito nel consesso internazionale. Lui, e gli uomini come lui, lo ricostruirono portandolo tra le prime potenze industriali del mondo.
Glielo riconoscono in ogni parte, occidente ed oriente e glielo riconoscerà, certamente, la storia.
Renzo Trappolini
PS: A proposito di Andreotti si è parlato spesso di “cinismo”. Quando, nell’agosto 2004, per il cinquantesimo anniversario della morte di Alcide De Gasperi, gli mandai un articolo nel quale avevo ricordato l’intervento dello statista ormai alla fine al congresso Dc di Napoli, mi scrisse di suo pugno “Com’è struggente il ricordo dell’ultimo discorso di De Gasperi”.
E “struggente”, non è certo un aggettivo da “cinico”.
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY