Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Ammettiamolo. Non è che siamo stati in molti a presentarci ai seggi per votare il nuovo presidente della Regione Lazio.
A Roma, uno su tre; a Viterbo due su cinque. Una rappresentatività costituzionalmente valida, ma sostanzialmente monca. Le dichiarazioni del tipo “Sarò il presidente di tutti” così diventerebbero quasi delle battute comiche. Fatti i dovuti conti, chi presiederà la regione – pur vincendo con un sostanzioso 54% dei suffragi elettorali – rischia di essere l’espressione di circa un quarto degli elettori.
Disaffezione politica, si sentenzia in genere. Evoluzione del senso di partecipazione democratica, commentano altri. Un po’ tutti, con un con una compunta espressione preoccupata.
Ma consideriamo altri aspetti, prettamente di casa nostra. E di tipo numerico.
La provincia di Viterbo conta 317 mila abitanti, uno più uno meno. In questo conteggio, risulta penultima nel Lazio, a fronte dei 4,2 milioni di quella di Roma, dei 570 mila di quella di Latina, dei 470 mila di quella di Frosinone. Un quinto degli abitanti della provincia di Viterbo risiedono nel capoluogo, 65 mila.
Insomma, la provincia di Viterbo vale demograficamente quanto due quartieri storici di Roma, Monteverde e Nomentano assieme. Viterbo città per numero di abitanti vale invece si e no tre rioni del centro storico della capitale (Prati, Trastevere e Esquilino, per esempio, giusto perché sono in via di regressione demografica).
Viterbo inoltre è solo il sesto comune del Lazio per abitanti; a parte la Capitale, è superata da Latina, Aprilia, Fiumicino, Guidonia, e se la batte con Pomezia, Civitavecchia, Anzio e due o tre comuni dei Castelli.
Tutto questo comporta che alla provincia di Viterbo, come si legge nel decreto del presidente della regione Lazio 14 dicembre 2022, n. T00201, a parte i dieci seggi come premio di maggioranza, sono assegnati 2 seggi su 40 in consiglio regionale. Due.
Si tratta di “fatti”, su cui c’è poco da discutere e ancor meno da disperarsi. Spesso questi inevitabili squilibri distributivi vengono corretti con l’ingresso in giunta di un consigliere proveniente dalle province periferiche meno fortunate in termini rappresentativi. Ma poi costui – o costei – con che cosa si confronterebbe? Con gli interessi maggioritari di certe preponderanti porzioni di popolazione regionale; insomma, di possibili favoritismi per casa propria, neanche a parlarne. A meno di non essere un mammasantissima, ma di quelli di una volta, dentro il partito.
La maggioranza è padrona. Con una connotazione molto statistica, molto legalistica, ma poco o nulla sociologica.
Ricordo ancora, da vecchio pendolare, il veloce collegamento ferroviario Viterbo-Roma, con arrivo a Termini e sola sosta tecnica per l’incrocio a Capranica. Altri tempi. Del resto non durò. Ben presto infatti fu prevista una fermata a Monte Mario, lentissima per l’assalto di centinaia di pendolari del quartiere. Chiedemmo tra il costernato e l’irritato al capostazione: “Perché questa fermata?” Risposta: “Voi quanti siete a Viterbo? Sessantamila? Beh, qui solo a Monte Mario sono 180 mila”. Poi arrivarono altre fermate intermedie alle porte di Roma, infine si giunse all’abolizione della corsa rapida, da un’ora e dieci eravamo risaliti a quasi due ore.
Il punto è questo. Roma soffoca il resto della regione; altro che città metropolitana, dovrebbero farne proprio una città regione, con una gestione amministrativa e finanziaria totalmente a parte.
Per fare qualche esempio, prendiamo la dipendenza della Tuscia dalle “elargizioni” offerte dalla regione in fatto di cultura. Scelgo la cultura perché, mentre per altri comparti, come l’assistenza sociale, vi sono vincoli ben precisi di natura giuridica e morale, sulla cultura si può sempre discutere.
Fatto sta che la regione Lazio offre “pacchetti” teatrali già predisposti per far divertire il pupo; bandi trasversali per finanziare progetti che sarebbero “unici”, ma che per esempio costringono un Itinerario storico, paesaggistico e culturale farnesiano che riunisce almeno dieci tra i borghi più belli della Tuscia, a rivaleggiare con la sagra della Frittella di Grottaferrata; “eventi” legati a qualche artista importante, che tuttavia eventi non sono, perché girano anche ad Anzio, a Tivoli o a Civitavecchia, dopo essere già sbarcati tra mille luminarie per un paio di mesi al Brancaccio o al Sistina di Roma.
Il Lazio in questi casi dimostra tutta la sua artificiosità territoriale e amministrativa; non come la Lombardia, dove si confrontano con la provincia di Milano (3,2 milioni di abitanti), quelle “potenti” e popolose come Bergamo (1,1 milioni), Brescia (1,3), Varese (0,9), Monza/Brianza (0,8) Como (0,6), dando l’impressione di una reale polivalenza territoriale.
Qualcuno dovrebbe chiedersi perché la Cassia a quattro corsie termina a Monterosi; perché le linee ferroviarie della Tuscia sono inaccettabili; perché la Trasversale Orte-Civitavecchia si compie in trent’anni; perché Viterbo è usata spesso come discarica (d’ogni tipo) di Roma; perché l’aeroporto conviene (nonostante tante riserve tecniche) a Frosinone; e via piangendo. Colpa dei politici viterbesi, d’ogni colore, succedutisi alla Pisana? No, colpa di un sistema regionale improponibile. Tant’è che forse se l’elettorato è sempre più scarso dipende anche dal fatto che, riguardo alla gestione politico-amministrativa della regione, “Franzia o Spagna, sempre poco se magna”.
E allora si spiega perché votano in pochi alle elezioni regionali. Se non hai un amore incrollabile per la democrazia; se non hai quel forte senso del dovere che non si insegna più da un pezzo. Se sei pigro di natura, se è una bella giornata di sole, se non sei un attivista, se non ti ha tempestato di inviti il cognato candidato. Se ti si attacca un po’ di cinico qualunquismo, se ti senti troppo vecchio per crederci, se ti senti troppo giovane per crederci, allora lasci perdere.
In più, mentre per le elezioni comunali bene o male puoi votare chi pensi che chiuderà le buche o ti riparerà la casa popolare; mentre per le politiche puoi sempre immaginare un governo migliore che rimetta a posto le tasse e perfino la scuola; per le regionali invece ti senti impotente e trascurato, forse appena più considerato se abiti al Quadraro ma per nulla se abiti a Santa Barbara o a Castel Cellesi.
Ad majora.
Francesco Mattioli
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