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Viterbo - Il sociologo Francesco Mattioli si analizza quali strategie occorre mettere in campo

“Capitale europea della cultura?”

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Viterbo - Piazza San Pellegrino

Viterbo – Piazza San Pellegrino

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Non voglio entrare nel merito della diatriba sulla destinazione della sala conferenze di palazzo Santoro, attualmente sede dell’ordine dei cavalieri di Malta ma funzionale alle attività della biblioteca degli Ardenti; ci penserà il comune di Viterbo a risolverla.

Osservo tuttavia che una questione del genere non fa bene al volto culturale della città, perché le meritorie attività dell’ordine da un lato e la dignità di una biblioteca pluricentenaria, ambedue indispensabili alla cultura di Viterbo, andrebbero semmai – e direi al più presto – armonizzate fra loro, piuttosto che contrapposte. Tanto meno in vista del quinto centenario dall’arrivo a Viterbo dell’ordine, che nel 1524 fu accolto nella Rocca Albornoz e che probabilmente, con la sua presenza, evitò alla città le peggiori conseguenze del passaggio dei Lanzichenecchi.

Dicevo: una polemica del genere non fa bene al volto culturale della città; e c’è un motivo preciso a riguardo.

Sono anni che Viterbo ci prova. A fare cosa? A farsi eleggere capitale della cultura, che sia italiana o europea. Ma ci prova anche a livello regionale, ad ergersi a seconda città del Lazio – dopo Roma, ovvio – in fatto di cultura. Papi medievali e rinascimentali, etruschi, artisti, letterati e mecenati, location privilegiata del cinema (quello neorealista, quello storico e persino fantasy), mura medievali quasi intatte (ben più antiche delle celebrate mura di Lucca…), antichi quartieri, ville sfarzose, e soprattutto teatro di uno sconvolgente evento folclorico, patrimonio immateriale (e materiale, direi) dell’umanità come la macchina di Santa Rosa. Intorno, un  territorio ancora abbastanza incontaminato, dove il concetto di cultura si sublima e si arricchisce in quello di “paesaggio”.

Insomma, le carte in regola ci sono. Certamente come e meglio di Matera (capitale europea 2019) o Procida (capitale italiana 2022), ad essere sinceri, le cui candidature hanno goduto di criteri di giudizio legati alla rivalutazione del Sud; e non inferiori a quelli di una Pistoia o una Pesaro (capitali italiane rispettivamente 2017 e 2024), tanto per essere chiari…

Allora, visto che Viterbo si accinge a scalare la ripida montagna della candidatura addirittura  a capitale europea della cultura, nel prossimo – lontano o vicino, a seconda dei punti di vista – 2033, quali strategie occorre affrontare? Perché, sia chiaro, il “patrimonio culturale” conta fino a un certo punto; quel che conta è sapersi esporre. C’è da augurarsi che la commissione che verrà  nominata individui le strategie più adatte a far sì che Viterbo sia quanto meno competitiva; poi ovviamente serviranno speciali “angeli in paradiso” (che nel caso di Viterbo sembrano scarseggiare, basta contare quanti assessori abbiamo in regione…) i quali valgono ben oltre qualsiasi tesoro culturale. Non sarà facile; perché in precedenti occasioni la commissione si trovò di fronte dei “punti fermi” di natura politica da cui non si poteva prescindere e che tuttavia diventavano inevitabili pastoie per qualsivoglia programma veramente innovativo.

In ogni caso, per dotare delle maggiori chances possibili la nostra città, probabilmente due sono i punti cruciali.

Il primo punto.

Chi vuole farsi apprezzare deve apparire “attraente”.  Una città è attraente se è bella a vedersi e bella a trattarsi, proprio come una persona. 

Bella a vedersi? Tirata  a lucido: tanto per fare qualche esempio, cestini per rifiuti in ogni dove, bagni pubblici impeccabili, pavimentazioni integre, ben pulite  (al centro storico di Firenze passa la macchina pulitrice ogni due ore…), facciate dei palazzi libere da fili e filacci, arricchite di fiori, ben restaurate, ecc.

Bella a trattarsi? Accogliente e accessibile, oltre che attraente, nelle offerte culturali e turistiche, efficiente nelle indicazioni e nei servizi al visitatore, in grado di assicurare sicurezza h 24, ecc.

Viterbo ha quasi dieci anni di tempo per acquistare fama, per brillare di senso civico e per “sprovincializzarsi” dimostrandosi effettivamente una città “europea”, cioè “internazionale”, evoluta, ordinata, efficiente, aperta, concorde e poco incline alle solite discussioni da cortile che sorgono ai confini delle province dell’impero per sgomitare attorno a qualche privilegio di periferia.  Una capitale “europea” ogni minimo accenno di provincialismo se lo deve proprio dimenticare.

Il secondo punto.

La Bella Addormentata era bellissima, ma dormiva celata in un bosco e non  la vedeva nessuno. Il principe ci arrivò per caso e oltre tutto oggi i principi esplorano un numero enorme di boschi incantati, complici i social e la globalizzazione del turismo. Viviamo in una civiltà mediatica dominata dagli influencer, e per di più in una società in cui contano le apparenze, eccome. Tant’è che oggi persino i geni, per avere credito, devono cedere alle lusinghe dell’esibizionismo più nazionalpopolare. Se qualcuno pensa di poter fare a meno delle forme e delle apparenze, puntando solo sulla sostanza, torni su Marte: il suo posto è lì.

Quel che conta in realtà è governare la comunicazione: “esserci”, tirare per la giacchetta l’attenzione dei leaders d’opinione e dei media, “farsi notare”. Se fosse sufficiente dormire sui propri allori, le capitali della cultura sarebbero sempre le stesse, quelle con un patrimonio talmente ricco e conosciuto da non doversi neppure proporre. Al contrario, occorre scovare i diamanti grezzi, le perle seminascoste, i tesori ignorati o sottovalutati, scoprire la cultura come strumento di crescita collettiva e quindi di conoscenza. E la conoscenza non vive sugli allori, anzi è alla base della “scoperta”, che è uno dei tanti sinonimi di “intelligenza”.

Sia chiaro: Viterbo non possiede qualcosa che altri non hanno; ma ha moltissime cose assieme, di quelle che sono e fanno “cultura”. Viterbo, da questo punto di vista, è un “sistema” culturale, non è un primo tenore ma un coro. Non è un do di petto, è un’armonia di suoni. E la cultura avrà certo bisogno di tenori, ma se non è coro non è cultura, non è comunione di esperienze, di tradizioni, di valori: è solo aristocratico disdegno della convivenza e della socialità, quindi dell’identità culturale. Il peggior museo è quello che conserva dei tesori, ma non sa comunicarli, cioè donarne il significato ad un pubblico.

E questo è invece un criterio indispensabile nel progettare il percorso che conduce a diventare una capitale della cultura. O solo per aspirare ad esserlo.

Francesco Mattioli


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27 marzo, 2023

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