Viterbo – (a.b.) – L’esordio letterario di Adriano Serra è con “La caduta di Icaro”, pubblicato con Porto Seguro Editore. Una raccolta di poesie che partendo dal mito di Icaro, indaga il tema dell’identità e della libertà. Il giovane 24enne, nato e cresciuto a Viterbo, studia architettura all’università di Firenze.
Adriano Serra
Cosa rappresenta oggi il mito di Icaro? Quali valori può trasmetterci?
“In queste poesie c’è la storia di un sognatore che cade sulla terra e inizia un percorso alla ricerca di se stesso e delle sue emozioni. È la personificazione di un animo ferito che ha osato sognare ed infine si è bruciato per colpa del desiderio ardente di sfidare la sorte. Si ritrova vagante per una terra dominata da sentimenti che non conosce e deve imparare a vivere di nuovo dopo aver perso la guida della sua luminosa stella. Inizia quindi un percorso di redenzione nella speranza di poter tornare a volare, con la consapevolezza che non sarà più lo stesso esploratore dei cieli che era atterrato nelle terre senza sogni degli uomini comuni. Diviene un esploratore delle emozioni, tra rabbia e dolore fino alla scoperta del sincero sentimento d’amore. Icaro è il nostro animo sognatore, la massima espressione del nostro io più libero e incosciente che resiste alla morte e trova la forza di diventare speranza”.
Quindi un invito a cercare dentro di noi le radici di quelle emozioni che regolano da sempre la vita dell’uomo…
“Ognuno di noi dopotutto è un Icaro all’inizio del suo viaggio. Spero che altri, come me, possano vederlo come una figura ispiratrice che ha osato, è caduto e ha trovato la forza di tornare a sfidare la sua sorte, sebbene la sua vicenda e la sua immagine storica raccontino altro. Icaro rappresenta l’umanità stessa, ferita dal desiderio ardente di sognare e di osare, ma allo stesso tempo pronta a rialzarsi e a ricominciare il proprio viaggio con rinnovata consapevolezza e umiltà”.
Da dove è nato il tuo rapporto con la poesia?
“Non scrivo da moltissimo ma il mio impegno è grande, dedico ormai tutta la parte più sacra di me alla poesia. Scrivo poesie da ormai 5 anni e sebbene non mi professi poeta so che la poesia è una parte essenziale di me, è la terapia con cui mi curo dal mondo. All’inizio non avevo ben preso coscienza nemmeno di quello che stessi facendo. Scrivevo. Scrivevo per curarmi, per mettere su carta, fuori da me, le cose più disparate. La sensazione che provavo gettando fuori da me i miei sentimenti era liberatoria, come se avessi digerito quell’emozione. Poi ho capito che era solo l’inizio della digestione perché le emozioni ed i sentimenti sono dannatamente difficili da attraversare, ma anche restare nel mezzo causa uno sforzo non indifferente”.
Un modo per sprofondare dentro di sé alla ricerca delle risposte ai propri dubbi e incertezze…
“Credo che per nessuno di noi sia così facile esternarsi e donarsi al mondo ma in questo io ho trovato la mia cura. È proprio con questo spirito che ho scritto il libro. È stato il mio modo di curarmi da quello che mi affliggeva in un momento specifico della mia vita, senza entrare nei particolari. Quello che spero si percepisca dal libro, è il percorso e la fatica fatta per compierlo. Vorrei che quello che restasse sottotraccia è la fatica, una fatica necessaria ma liberatoria. Una fatica che distrugge ogni cosa ma che poi lascia le basi per ricostruire. Mi ricordo perfettamente come alcune cose mi son ritrovato a scriverle nell’agonia più totale”.
Come è strutturata la raccolta?
“La narrazione si concentra soprattutto su Icaro e il suo percorso ma come si nota leggendo il libro non è una narrazione in terza persona. È una narrazione mista, in prima e terza persona perché volevo che si perdesse l’idea del narratore o protagonista ben delineato. Ci doveva essere uno slittamento continuo che rendesse l’idea della fatica nel trovare un equilibrio tra spirito e uomo. Il libro è scritto come un percorso in cui ci sono delle fasi ben chiare, sono quelle che ho attraversato io nella mia caduta. Il confine tra queste ovviamente non esiste ben delineato ma è senz’altro sfumato. In nessun momento ho avuto la percezione del cambiamento più piccolo. Son dovuto scendere a patti con la mia natura di uomo, debole. Ed in effetti leggendolo credo e spero si percepiscano varie fasi di una storia che si, è basata su quello che è successo a me, ma il motivo per cui ho deciso di pubblicare è perché volevo e voglio che le persone possano immedesimarsi in questa storia in cui Icaro esprime il nostro lato umano sognatore, la parte più libera di ciascuno di noi che una volta caduto si trova a dover fare i conti con se stesso e le proprie paure.
Deve reimparare a vivere, a provare sentimenti che forse non aveva mai compreso o provato.
Diviene un esploratore delle emozioni, tra rabbia e dolore fino alla scoperta del sincero sentimento d’amore.
Icaro è il nostro animo sognatore, la massima espressione del nostro io più libero e incosciente che resiste alla morte e trova la forza di diventare speranza”.
Nel mito di Icaro è fondamentale anche la figura di Dedalo, il padre che indica la salvezza ma da cui è anche necessario separarsi. Come hai affrontato questa dicotomia?
“È una figura che non viene nemmeno citata ma che in realtà ha un ruolo. Dedalo in un certo senso rappresenta qualcosa da cui Icaro si vuole distaccare e rendere indipendente e ho immaginato che ognuno potesse legare questa figura a tutto ciò che voleva: la società, un genitore, una situazione… È una figura che va però immaginata perché non viene mai realmente menzionata nel libro”.
Quando hai iniziato l’università ti sei trasferito a Firenze, ma sei rimasto molto legato alla Tuscia.
“Mi piacerebbe che le persone delle zone da cui vengo e in cui sono cresciuto possano entrare in contatto con ciò che ho scritto. Vorrei poterne parlare nella mia città, Viterbo. Una città che ho lasciato da 6 anni ormai per venire a studiare a Firenze. Questo mi ha aperto la visuale devo dire ma mi ha lasciato anche un senso di nostalgia e di incompiutezza. Credo di dover tornare per iniziare a raccontare una storia e farlo con la poesia può essere anche un modo nuovo per me di ritrovare il contatto con i luoghi da cui provengo e le persone che li abitano. Il contatto con le persone è la cosa più importante per chi fa poesia. In fondo i poeti sono estremamente radicati nella realtà, raccontano di cose terrene in cui le persone si possono riconoscere e sentirsi comprese in modi che nemmeno immaginavano. È per me un grande onore sapere di poter dare voce alle emozioni di qualche lettore. Le emozioni e i sentimenti sono ciò di cui mi nutro”.
È ancora possibile la poesia?
“La poesia è un legame che unisce persone distanti ma allo stesso tempo vicine. Sa comunicare in modi così gentili e altrettanto brutali da lasciarti spoglio di ogni convinzione e costringerti poi alla scoperta di te stesso. So bene che la poesia non è un genere di facile lettura per alcuni ma credo di avercela messa tutta nel rendere il libro di facile comprensione ma contemporaneamente di faticosa digestione. Penso infatti che il mio compito quale scrittore di poesie sia quello di risvegliare le coscienze emotive delle persone. Entrare in contatto con la parte più nascosta delle persone è qualcosa che mi guida da sempre”.
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