Viterbo – Puntuale, però secondo il calendario ante Greta e cioè prima dell’incubo cambiamenti climatici, è arrivata l’estate e agli esami di maturità è tornato Seneca. “Pensi forse che io scriva come è stata cattiva la primavera ed altre banalità proprie di chi non sa che dire? No, scriverò solo: impara a godere di ciò che ti appartiene, cioè te stesso. Disprezza quel che ti è promesso da questo o speri da quello e non vivere pensando sempre a ricominciare a vivere”. Così, in un’altra lettera dell’epistolario da cui è stata presa la traccia per i liceali, la felicità secondo Lucio Anneo Seneca, lo spagnolo divenuto senatore romano duemila anni fa che, dopo aver insegnato anche a Nerone “L’arte di vivere”, morì dandosi il suicidio, seppure assistito.
Difficile, in verità, dire cos’è la felicità. “Appagamento postumo di un desiderio preistorico” a leggere la psicoanalisi di Freud, il “non domandarsi mai se si è soddisfatti o no” per Bernard Shaw, “piacer figlio d’affanno” masochisticamente alla Leopardi o più ottimisticamente alla Renzo de I promessi sposi per il quale “i guai, quando vengono, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore”. Definizioni vecchie più di Seneca, se quatto secoli prima Aristotile considerava “saggio chi persegue l’assenza di dolore e non il piacere” e conferme successive del Voltaire de “la felicità non è che un sogno, mentre il dolore è reale” e di Calderon de la Barca per il quale è tutta la vita ad essere sogno.
Dicono che lord Victor Rothschild, della famosa famiglia, vagheggiasse una pillola per raggiungere la gioia. Da distribuire però come premio al merito, per esempio al posto delle onorificenze ma era quando le mafie non avevano ancora scoperto il business della droga che è venuta dopo e non risolve. Almeno stabilmente. Anzi.
Il contemporaneo Albert Ellis studioso della felicità la trovava nel sapersi scegliere fini e propositi, lottare per essi e non lamentarsi in caso di insuccesso. Cosicchè l’infelicità resta elemento indispensabile per avere poi la felicità.
E si torna all’antico, perché per quello psicologo americano “l’uomo è un po’ matto” quando si dà un imperativo “debbo fare questo, raggiungere questo fine, senza domandarsi se, in fondo, è proprio necessario”, finendo poi con l’arrabbiarsi con se stesso, con gli altri e perfino con l’universo.
Importante, dunque, cercare risposte dai pensatori anche se, tanto per fare un caso di scuola, a Seneca suicida un qualche motivo d’infelicità del vivere doveva essergli rimasto.
Meglio allora i poeti, specie se romani de Trastevere come Trilussa, che guarda “un’ape che se posa su un bottone de rosa, lo succhia e se ne va. Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa”.
Renzo Trappolini
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