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L'opinione del sociologo - Ciò che ha contribuito all'elezione del nuovo sindaco potrebbe rappresentare anche un rischio

Michelini e l’arma a doppio taglio dei partiti…

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli 

– L’elezione di Leonardo Michelini a sindaco di Viterbo assume significati che, nel contesto viterbese, vanno al di là del semplice dato quantitativo (pur importante) e meritano qualche riflessione più approfondita.

Indubbiamente si tratta di un successo che ha fondamento nelle qualità professionali e umane della persona, che gli sono state riconosciute dagli stessi avversari e che dovrebbero far ben sperare i viterbesi, a qualunque schieramento appartengano.

Ma dietro alla sua elezione si scorgono almeno due aspetti problematici che non vanno trascurati.

Intanto, non va sottovalutato il fatto che a favore della candidatura Michelini abbia giocato la sapiente regia di personaggi di spicco della politica viterbese, certamente non proprio degli homini novi, ma in grado forse per la prima volta di suonare lo stesso spartito strategico senza stonature e ripensamenti. E suonare bene assieme, è senz’altro un fatto di esperienza.

Ma il principale fattore che ha condotto Michelini alla sua larga vittoria è rappresentato dalla tensione – direi ormai epocale – della società italiana, e quindi anche di quella viterbese, verso il cambiamento; una tensione che, al contrario, ha finito per bruciare chiunque fosse già compromesso con il potere.

Direi che forse già a partire dal 2011 è subentrata nell’immaginario collettivo una richiesta – e un’ idea – di discontinuità, che si è alimentata della necessità vitale di scrollarsi di dosso la crisi, di cambiare rotta, di introdurre nella politica elementi di innovazione in grado di rompere con il passato, con qualunque passato.

Il successo dei movimenti nati nella rete, il ringiovanimento dei quadri di partito, il renzismo, il rinnovato protagonismo femminile, la voglia dell’opinione pubblica di cose nuove, di scossoni in grado di aprire quanto meno alla speranza di nuovi orizzonti, non hanno giocato certo a favore di chi lo scranno doveva difenderlo, piuttosto che conquistarlo.

Così a Viterbo un elettorato in cerca di novità, forse curioso di vedere se vi fossero altre strade da percorrere, forse alla disperata ricerca di soluzioni alternative, ha orientato le sue scelte diversamente che nei decenni passati; ed è soprattutto questo elettorato in cerca del nuovo che è andato a votare, mentre gli incerti, i delusi e i disincantati sono rimasti a casa a stringersi nelle loro spalle.

L’evento che si è verificato a Viterbo è certamente eccezionale sul piano statistico: mai negli ultimi decenni la sinistra era andata al potere in città, feudo pressoché incontrastato delle forze politiche di centrodestra. Ma era nell’aria. E poi il 2013, quasi a dare un contentino ai Maya, qualche rivoluzione epocale ce l’aveva già offerta: due papi a San Pietro, destra e sinistra alleate in uno stesso governo a Palazzo Chigi, insomma segnali che a volerli saper leggere costituivano presagi molto più espliciti di un volo di uccelli o delle rime oscure di una Sibilla.

Tuttavia, siccome la storia umana spesso sa essere beffarda, si va delineando un paradosso: che quegli stessi fattori che hanno contribuito al successo personale di Leonardo Michelini ora costituiranno per lui i fattori di rischio più elevati.

Essendo un uomo nuovo, Michelini verrà inevitabilmente a confrontarsi non solo con il suo movimento, ma soprattutto con gli apparati di partito più consolidati: apparati che cercheranno di dettare le regole, di definire le priorità, di imporre le figure secondo schemi collaudati, ma per ciò stesso tradizionali; senza contare che quelle forze politiche che si troveranno per la prima volta al governo di Viterbo, non vorranno certamente rinunciare all’opportunità di esercitare un potere da gran tempo accarezzato e di chiudere conti troppo a lungo rimasti scoperti.

E non si tratterà soltanto di confrontarsi con questi, ma anche di stabilire i giusti equilibri con la vis innovatrice di quegli alleati dell’ultim’ora che hanno accettato il patto solo a fronte della promessa di cambiamenti concreti e immediati.

Insomma, dal nuovo sindaco prima o poi la politica, sia quella vecchia che quella nuova, passerà inevitabilmente a ritirare le proprie spettanze, e saranno in molti a presentare il conto.

Ma c’è di più. Le aspettative della politica si assommano alle aspettative di un elettorato, anche di centrodestra, che da Michelini si attende novità; cioè la gente comune, il cosiddetto uomo della strada, si aspetta che il nuovo sindaco faccia cose nuove e mirabolanti, che dia segnali evidentissimi di rottura con il passato.

Che si tratti di un’inversione nelle strategie volte a valorizzare la città, che si tratti di offrire nuove opportunità ai giovani, che si tratti di arsenico, che si tratti semplicemente di ricoprire le buche delle strade o di cambiare i fiori nelle rotonde, tutti si aspettano una mezza rivoluzione creatrice, e da subito.

Ma, come ho avuto modo di far notare qualche tempo fa, l’eventuale sterzata, l’inversione delle priorità, la progettazione o l’attuazione di nuove strategie amministrative potranno essere realmente messe in movimento solo il prossimo anno.

Per il 2013 il nuovo sindaco si troverà comunque vincolato da un bilancio e da provvedimenti già avviati e che non potranno essere sostanzialmente modificati in corsa; certo, praticherà un ragionevole spoil system per adeguare la macchina burocratica ai propri obiettivi e ai propri ritmi; forse potrà preparare la strada a percorsi innovativi da mettere in cantiere con il nuovo anno finanziario.

Ma in massima parte dovrà limitarsi a dare semplici segnali, tanto per far capire quale vento soffierà in futuro e verso quali direzioni. Michelini lo ha promesso: si rimboccherà subito le maniche per affrontare i tanti problemi in sospeso: ma sarebbe irragionevole, e forse persino sospetto, se qualcuno fin da subito pretendesse dal nuovo sindaco una rivoluzione sostantiva: sarebbe solo un modo per metterlo in difficoltà.

Il futuro poi dirà se le indubbie doti personali e manageriali di Leonardo Michelini saranno in grado di manifestarsi interamente e liberamente, a beneficio della città e degli elettori che hanno confidato in lui. Le premesse sono tutte a suo favore: anche il mondo della cultura, quello della ricerca, quello dell’economia e della finanza, sono pronti ad appoggiarlo e questo è senz’altro un segnale di fondamentale importanza, perché quando i sostenitori sono tanti, sono ed eterogenei e, soprattutto, sono autorevole espressione della società civile, diventa più facile governare in nome e per conto di una comunità cittadina, come quella viterbese, piena di speranze e pronta a percorrere strade nuove che possano condurre a concrete opportunità di crescita.

C’è ancora un punto sui cui invito a riflettere: chiunque fosse stato il vincitore del ballottaggio, sapeva che – a fronte di tanto astensionismo – di fatto avrebbe ricevuto i voti soltanto di circa un terzo del totale degli elettori viterbesi. Leonardo Michelini dovrà governare la città soprattutto per coloro che non sono andati a votare, dovrà restituire loro la fiducia nell’amministrazione locale, l’amore per la democrazia, la partecipazione sociale, il gusto di esserci. Forse la sfida più difficile, e più intrigante, da vincere negli anni a venire.

Francesco Mattioli


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13 giugno, 2013

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