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Viterbo - Francesco Mattioli interviene commentando l'ipotesi di apertura a facchini di altre fedi: "Temo che si voglia applicare un entusiasta "politicamente corretto" in linea con i tempi"

“Non è sotto la Macchina di Santa Rosa che si devono celebrare l’incontro, il dialogo e l’inclusività tra le religioni”

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Macchina di Santa Rosa - Gloria 2023

Macchina di Santa Rosa – Gloria 2023

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Il vostro quotidiano coglie in questi giorni un sottaciuto ma evidente dualismo che si va delineando nell’interpretazione della macchina di S. Rosa, tra la sua dimensione tecnica in tutte le sue sfaccettature e quella folclorica, cioè antropologico-culturale, che la contraddistingue nel mondo.   

Non si possono dimenticare le diverse interpretazioni e le contrapposizioni emerse al momento di implementare un piano di sicurezza che voleva trattare un centenario  e peculiare rito di popolo come una manifestazione comparabile ad un concerto rock o ad una partita di calcio tra tifoserie rivali.

Non si può non notare la composizione della commissione incaricata di scegliere la nuova macchina – tranne il presidente del Sodalizio, grande esperto della sua “portabilità”, composta soltanto da architetti  e ingegneri –  nella quale sono mancati un rappresentante della diocesi, che tenesse conto del pur determinante significato religioso,  e un esperto di storia e tradizioni locali che desse un contributo non secondario alla considerazione della “viterbesità” culturale. 

Cosicché si è fatto spazio in linea di principio più ai valori tecnici che a quelli socioculturali, che pure in una manifestazione di fede e di tradizione popolare sono fondamentali e non possono essere trattati da chiunque e a orecchio. Questo, ovviamente, a prescindere dalla scelta della nuova splendida proposta di Ascenzi.

Ma anche gli interventi di questi giorni, volti ad aprire il trasporto della macchina di S. Rosa a chiunque, fosse anche di diversa religione, dimostrano il divaricarsi della tradizione folclorica dalle opportunità di tipo socio-organizzativo.  Temo che taluni di questi interventi abbiano subìto la suggestione dell’ineffabile bellezza del trasporto, da un lato, e della voglia di applicare un  entusiasta “politicamente corretto” in linea con i tempi, dall’altro.

Occorre allora ripetere la domanda: Che cosa è il trasporto della macchina di S. Rosa, prioritariamente? Spettacolo? O espressione del folklore?

Il concetto di folclore è molto, molto serio. Ha a che vedere con la spiritualità religiosa, con l’identità comunitaria popolare, con la tradizione, con la storia; è stata studiato in Italia da antropologi del calibro di De Martino, Seppilli, Tentori, personaggi di caratura internazionale che hanno contribuito a fondare letteralmente la scienze etnoantropologiche in Italia. 

La macchina di S. Rosa è patrimonio dell’Umanità non per le sue luci, ma per il suo significato etnoantropologico e segnatamente identitario sul piano di una religiosità popolare e rituale. Ha ragione quindi don Luigi Fabbri quando ne sottolinea il significato religioso, anche se ormai la “festa” appare come un evento spettacolare gestito da una istituzione pubblica come il comune, che richiama il pubblico, soprattutto non viterbese, per la sua vertiginosa esperienza notturna. Ha ragione il presidente Mecarini quando osserva che altro è allargare la festa a tutto il popolo, viterbese nella sua composizione ormai interculturale, altro è stare sotto la Macchina in corpo e soprattutto in spirito.

Mi permetto invece di restare molto perplesso rispetto all’idea di Loddo di concepire una formazione interreligiosa  di facchini, tutti  a inneggiare a S. Rosa e alla Madonna e a ringraziarle perché ancora una volta hanno fatto il miracolo di proteggere l’impresa del trasporto. Mi sembra di vedere le vacche nere di Hegel nella notte di un demagogico indistinto… 

Sia chiaro: aprire (in realtà non è mai stato chiuso) il trasporto alle donne è una prospettiva da benedire; i tempi cambiano, ed essendo finalmente in grado di renderci conto che siamo tutti esseri umani (nonostante i distinguo di qualche improvvisato scribacchino della conservazione), il fatto che un uomo o una donna entrino in formazione tra ciuffi, spallette e stanghette deve dipendere esclusivamente dalla sua dotazione fisica e muscolare (e dalla sua fede nella Santa).

Ma su altri aspetti vi sono dei “paletti” invalicabili; paletti che riguardano la primazia della forma folklorica, religiosa e partecipativa sia rispetto alla dimensione di mero pubblico spettacolo, sia con riguardo ad un universalismo indistinto che finirebbe per stravolgere il significato religioso e identitario di un evento che resta indissolubilmente e inevitabilmente “cristiano”.

Non è sotto la Macchina di Santa Rosa che si possono e si devono celebrare l’incontro, il dialogo e l’inclusività tra le  fedi e le  religioni; per questo ci sono i luoghi della vita sociale quotidiana, del lavoro, della politica e della democrazia, della partecipazione, dell’uguaglianza, del diritto, dell’accoglienza e del rispetto reciproci.

Francesco Mattioli


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17 settembre, 2023

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