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Viterbo - Francesco Serra durante il funerale laico di Oreste Massolo racconta di essersi ritrovato da medico al capezzale del politico come accadde con i rispettivi genitori quarant'anni prima

“E’ morto davanti ai miei occhi come suo padre col mio”

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I funerali di Oreste Massoli

I funerali di Oreste Massoli

Francesco Serra (Pd)

Francesco Serra (Pd)

Alessandro Compagnoni, ex direttore sanitario della Asl

Alessandro Compagnoni, ex direttore sanitario della Asl

I funerali di Oreste Massoli

(f.b.) – E’ un dolore silenzioso, composto e discreto quello che si legge sui volti delle tantissime persone che hanno voluto salutare Oreste Massolo (fotocronaca).

Un dolore che, proprio nel suo silenzio, esprime un profondo rispetto per un uomo tutt’altro che comune. Un uomo che ha dedicato la sua vita non solo alla politica, ma a tutto ciò che era cultura.

Un uomo che ha partecipato attivamente al cambiamento della società in cui viveva, prendendo parte ad aspri conflitti ideologici rimanendo però sempre cortese, cordiale e riservato.

Ai funerali di Oreste Massolo, celebrati in forma laica al cimitero San Lazzaro di Viterbo, c’erano tutti gli esponenti del centrosinistra locale, ma non solo.

Tra gli altri i parlamentari del Pd Mazzoli e Sposetti, i fratelli Gigli, l’ex consigliere regionale Parroncini, il sindaco Michelini, il segretario del Pd Egidi, la giovanissima consigliera Mongiardo, ma anche l’ex sindaco del centrodestra Marini e tantissime persone che per i motivi più disparati hanno avuto il piacere e l’onore di conoscerlo.

A prendere la parola per primo di fronte a tutti è Francesco Serra che ha incrociato il cammino di Massolo sia per questioni politiche che per il suo ruolo di medico.

“Non avevamo un rapporto strettissimo né confidenziale – dice Serra – ma sono comunque molto onorato di ricordarlo ora di fronte ai suoi familiari più stretti e a tutti quelli che sono qui. Ricordo molti anni fa uno dei primi incontri con lui a Perugia. Io ero un giovanissimo medico e lui venne a farsi delle visite a Perugia dove io lavoravo. Con la generosità che sempre lo ha contraddistinto mi regalò un libro proprio su Perugia, come invito a conoscere meglio quella città in cui stavo iniziando un percorso professionale”.

Gli anni passano e Serra incontra Massolo in diverse occasioni: agli incontri politici, agli eventi culturali e anche in piazza, a San Martino a prendere il giornale.

“Facevamo sempre quattro chiacchiere – ricorda Serra – senza entrare mai troppo nel personale. Non c’era forse troppa confidenza tra noi, ma sicuramente molto rispetto. E proprio pochi mesi fa Oreste mi dimostrò la sua stima con una lettera a Tusciaweb, del tutto inaspettata per me, in cui invitava a sostenermi per le primarie. Fu un gesto che non dimenticherò e che mi inorgoglì molto”.

Infine le loro strade si sono incrociate di nuovo proprio negli ultimi momenti di vita di Massolo.

“Due sere fa un collega mi ha chiamato chiedendomi di raggiungerlo in ospedale perché c’era un paziente che stava peggiorando – racconta Serra con la voce rotta dall’emozione -. Non mi disse il nome e io solo appena arrivato al reparto ho scoperto che si trattava di Oreste Massolo.

In un lampo mi venne in mente quello che lui stesso mi raccontò diverso tempo prima ovvero che suo padre morì di fronte agli occhi di mio padre, medico come me, e che lui ricordava l’espressione di sconfitta sul suo volto per la consapevolezza che la medicina non era riuscita a salvarlo. Ecco, dopo quarant’anni anche io ho vissuto la stessa, identica, esperienza al suo capezzale”.

Dopo Francesco Serra è intervenuto il suo amico di una vita, Alessandro Compagnoni, ex direttore sanitario della Asl di Viterbo.

“Sarebbero tantissimi gli aneddoti da raccontarvi su Oreste – dice commosso Compagnoni -. La nostra è un’amicizia lunga quarant’anni e l’affetto che provo per lui è indescrivibile. L’ultima volta che lo sono andato a trovare, non più di tre giorni fa in ospedale, stava già molto male eppure, in compagnia della sua amatissima moglie, ancora amava parlare di cultura e di politica.

Gli dissi che avevo letto l’ultimo libro di Stefano Rodotà e lui mi rispose che non vedeva l’ora di leggerlo per poi commentarlo insieme. La morte non glielo ha permesso, ma noi tutti che abbiamo avuto il grandioso dono di averlo conosciuto dovremo continuare a ricordare la sua infinita fame di sapere”.

Infine, la semplicissima bara di legno, coperta da un cuscino di fiori rossi, è stata salutata da un lunghissimo applauso.


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29 giugno, 2013

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