Viterbo – L’arte di Sordi con la regia di Monicelli ci ha lasciato memoria solo di una parte delle incazzature della storia. Quella di chi aveva vinto: i cristiani sui giudei dai quali discendono. Così, Aronne il falegname dovette subire in silenzio i soprusi del Marchese Onofrio del Grillo che, appellandosi all’antica crocifissione, non lo pagò solo perché ebreo.
Nella Roma di Pio VII era normale divertirsi a dileggiare in pubblico e in privato i concittadini giudei, romani come e più di altri, arrivati, infatti, nell’Urbe molto prima di Pietro e Paolo e legati ai Quiriti da un trattato di amicizia vecchio di due secoli.
Poi, nel 313 d.c., l’editto di Costantino con la liberalizzazione dei culti religiosi portò alla estromissione degli dei pagani, all’ingresso a tutto campo dei cristiani nella vita civile e per gli ebrei cambiò tutto. Proprio perché testimonianza storica della presenza del Messia in Palestina, si ritrovarono additati a responsabili della crocifissione e con il Codex de Judaeis l’imperatore li bollò come genus alterum, categoria umana diversa sia dai pagani che dai cristiani, dando così origine, alle leggi razziali e all’antisemitismo.
Paolo IV, nel 1555, decise addirittura di rinchiuderli dietro pesanti portoni dal tramonto all’alba, in casupole costruite sulle malsane rive del Tevere soggette a frequenti inondazioni. Nel Ghetto, il “Serraglio delli Hebrei”. Fuori li aspettavano i romani per farne spesso zimbello, come quando a Carnevale li facevano correre a petto e gambe nudi in mezzo a fischi e maltrattamenti della folla eccitata. Anzi, prima di correre dovevano pure mangiare abbondantemente perché fossero più pesanti e buffi a muoversi, mentre il Rabbino capo, in Campidoglio, omaggiava le autorità locali che, per ringraziamento, lo licenziavano con un calcio: “Er perruccone più anziano – racconta il Belli – arza ‘na cianca e jjarisponne: Andate!”.
“Palio delle bestie bipedi” chiamavano quella gara i buoni cristiani della Roma del papa, uno dei tanti passatempi cui potevano impunemente dedicarsi popolani ed aristocratici. Tra questi ultimi, appunto, il Marchese che accontentava gli ebrei accorsi sotto il suo balcone per avere un po’ di frutta, scegliendola lui. Di solito, pesanti pigne lanciate sulle loro teste tra gli sghignazzi dei romani acclamanti: “Salutiamo il guerriero Del Grillo, che gli ebrei a pignate pigliò”
Relegati ai margini della società, scacciati, vilipesi, limitati anche nelle professioni: stracciaroli, piccoli commerci e usura, stante l’ipocrita considerazione ecclesiastica del prestito di denaro. Quindi, nei movimenti, nelle attività, nella vita, in una storia millenaria di cui la mostruosità bestiale di Auscwitz Dio non voglia che sia solo un capitolo.
Non è forse una buona ragione perchè possano “essere ancora un po’ incazzati” con noi discendenti dai buoni cristiani alla Marchese del Grillo? Possiamo raccontare la questione ebraica solo con riguardo ai rapporti con gli arabi o al nazismo ed al fascismo più o meno consapevolmente accettati, se non praticati, pure da nostri lontani parenti?
Giovanni XXIII, appena eletto papa, cancellò dal messale romano la parola “perfidi” con la quale, in un’orazione del venerdì santo, erano definiti gli ebrei. Marchiati così per secoli anche di fronte al Dio che era stato di Abramo e che, attraverso lui, era ed è anche degli islamici e dei cristiani.
Renzo Trappolini
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