Acquapendente – Riceviamo e pubblichiamo – Aquapendente: salvate quell’ospedale. Spesso si parla male della sanità pubblica, decantandone pecche e difetti. La mia esperienza è stata totalmente diversa. Iniziamo da inizio estate.
Mi trovo a Onano, ridente paesino dell’entroterra viterbese, conosciuto per le sue rinomate lenticchie e dove ha casa la suocera. Nel primo pomeriggio di una giornata qualsiasi di fine giugno avverto una fitta al basso fianco destro. Capisco subito che la mia “amica”ernietta” ha rifatto capolino, dopo avermi “graziato” per un po’ di mesi. Il fastidio aumenta e una mia amica che lavora presso l’ospedale di Aquapendente mi convince a passarci per farmi dare un’occhiata.
Mi accompagna lei con la macchina. Mi visita un dottore gentilissimo, che a prima vista mi ispira massima fiducia. Mi dice che c’è da fare un intervento per incapsulare una non sottovalutabile ernia inguinale. Chiedo se a operarmi sarà lui.Risponde di si. Mi metto in lista di attesa.Passa l’estate, inizia un nuovo anno di lavoro a scuola. La mia amica ernietta sembra essermi particolarmente affezionata. Non mi ha abbandonato un giorno per tutto il periodo delle vacanze, facendosi sentire con energia soprattutto dopo lunghe passeggiate o nuotate.
Arriviamo all’ultimo giovedì di ottobre. Mentre esco dal cancello di scuola mi squilla il telefono. È la caposala dell’ospedale di Aquapendente. Mi comunica che l’intervento dovrò farlo l’8 novembre. Che un po’ di giorni prima dovrò fare la preospedalizzazione. Per evitare di prendere un giorno a scuola concordo di farla il due novembre ,giorno nel quale le scuole in Umbria sono chiuse. Il due mattina, alle sette e mezza in punto, sono all’interno dell’ospedale. Gli accertamenti di rito me li fa una infermiera gentilissima e cordialissima, di nome Maria, che mi fa sentire completamente a mio agio. Un’oretta, poi mi attende il colloquio con l’anestesista, che mi spiega che l’intervento me lo faranno in anestesia locale. Mai stato in vita mia in ospedale, mai avuto a che fare con medici o sale operatorie. E l’idea dell’intervento un po’ mi terrorizza.
Da film horror la notte del sette novembre, quella che precede il giorno dell’intervento. Il sonno non arriva e per la testa passano le peggiori immagini. Vedo luccicanti e grossi bisturi che tagliano a destra e sinistra, mentre un martellante allarme risuona tra le corsie per segnalare uno stato di grave emergenza a meta’ del mio intervento.Per fortuna, alla fine anche la lunga, lunghissima nottata prima dell’intervento operatorio scorre via.
Alle sei la moglie mi sveglia. Alle sei e mezza scendiamo le scale di casa. Come per la preospedalizzazione, riconsidero che una delle cose peggiori da affrontare nella vita è il non poter iniziare la mattinata in un bar, con davanti un fumante, rigorosamente ristretto, caffè amaro e un delizioso cornetto con nutella. Uscito, trovo ad attendermi una forte umidità e una fittissima nebbia. Guardandomi intorno mi sembra che si rispalanchino le porte dei miei incubi della notte. Alle sette e mezza in punto varco il portone dell’ospedale.
Nonostante l’ora mattutina, già una decina di persone sono in fila nell’atrio. Mi si avvicina un addetto all’ingresso che mi fa salire al primo piano.Mi siedo, impaurito e un po’ intimorito. Un operatore sanitario mi si avvicina, e mi dice di stare tranquillo.Che l’intervento sarà una passeggiata. E che penserà a prepararmi lui. Mi conduce in uno stanzino, mi fa sdraiare sul letto. Gli confesso di avere una paura folle.
Lui è bravissimo nel tranquillizzarmi e infondermi fiducia con quel suo sorriso sincero e spontaneo. Mi misura la pressione. 82 la minima,135 la massima. Mi dice che va bene. Alle otto in punto entra nella cameretta il dottore che mi aveva visitato a inizio estate. Sorridente come sempre. Mi è sempre piaciuta la gente che sorride molto. Mi legge un foglio e me lo fa firmare. Firma a sua volta. Dottor Paioletti. Mi dice che sarò il primo dei sei in lista a essere operato. Alle otto e un quarto in punto. L’operatore sanitario che mi aveva preparato, scoprirò dopo chiamarsi Mauro, mi fa distendere su una barella mobile e mi porta davanti alla sala operatoria.
Quando mi lascia nelle mani del dottore, mi ribadisce di stare tranquillo, che andrà tutto bene. E lo dice con quel suo solito, convincente, sorriso. E stringendomi forte il braccio. Lo abbraccerei per come è riuscito a infondermi calma e sicurezza sul fatto che andrà tutto bene.Il dottore che mi opererà mi si avvicina e con voce gentile mi spiega che dovrà farmi delle punture sul punto dove dovrà intervenire. Sarebbe l’anestesia locale. Dice che avvertirò un leggero fastidio, ma nulla di serio. Nell’arco di cinque minuti un po’ di grossi aghi mi predispongono a quel tipo di anestesia. Non avverto nessun dolore. Una leggera sensazione di piccola puntura di insetto all’inserimento nella pelle di ogni ago.
Ma sensazione lieve, lievissima. Dopo cinque minuti arriva una infermiera che mi conduce all’interno della sala operatoria. Mi aiuta a passare da quel lettino mobile al tavolo operatorio. Noto intorno a me cinque persone, compreso il dottore che mi opererà. Mi si avvicina una infermiera dai capelli neri, a caschetto. Dagli occhi di un colore vivo, bello, che mi ricordano il mio mare di Acciaroli. Mi dice che dovrà legarmi i polsi. Me li fa distendere in orizzontale su due poggiabraccia posti ai lati del tavolo operatorio e me li fissa con due grosse garze nere.
Con delicatezza, estrema delicatezza.Resto colpito dalla grossa lampada a forma circolare posta sopra al tavolo.Uno dei presenti mi si avvicina e dice che dovra’ infilarmi un ago nel braccio.Il dottore che mi opererà mi poggia una mano sul braccio e mi dice di stare tranquillo.Io nella mia mente già mi preparo a ritrovarmi davanti l’ora più drammatica e peggiore della mia vita. E di dover ascoltare di incisioni, di bisturi, di aghi, di filo.E di avvertire la sgradevole sensazione della mia pelle che viene incisa ,tagliata e ricucita. Poi giro la testa e rivedo l’ infermiera che mi aveva fatto scorgere la bellezza del mio mare con il suo sguardo ,che mi si avvicina, approcciandosi alle garze che mi bloccano le braccia. Gli chiedo se dovrà stringerle ancora di più prima dell’intervento.
Mi sorride. Mi dice che l’intervento è finito. Che è andato tutto bene e che ora mi riporteranno in cameretta. E che nel pomeriggio mi metteranno in uscita e potrò tornarmene a casa a Orvieto. Non mi sembra vero. Non mi sono minimamente reso conto di nulla. Vorrei abbracciare il dottore che mi ha operato. È stato bravissimo, ricco di una infinita professionalità e umanità. Vorrei abbracciare quella infermiera che porta negli occhi un po’ del mio mare di Acciaroli. E vorrei abbracciare l’operatore sanitario, Mauro, per come ha saputo infondermi tranquillità e rilassatezza. Come previsto alle due e mezza mi mettono in uscita.Un po’ acciaccato, un po’ ovviamente dolorante, ma con la certezza che in nessun altra struttura ospedaliera mi sarei trovato così bene e con quella bella sensazione di essere in un ambiente familiare, in un ambiente che sa metterti completamente a tuo agio anche nel dover affrontare una simile prova.
La moglie esce con l’auto dal parcheggio posto proprio di fronte l’ospedale. Mi si accosta e mi aiuta a salire. Prima di ripartire volgo lo sguardo verso il grosso portone dell’ospedale e provo un grande, grandissimo, senso di gratitudine.
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