– La pronuncia della Corte costituzionale non ha riguardato la sostanza (cioè la abolizione delle province), ma il cavallo di Troia utilizzato dal Monti Ulisse per eliminare progressivamente dall’ordinamento un ente che potrebbe ben essere sostituito da altre forme di rappresentanza e di amministrazione. Meno costose, altrettanto meno verbose e, però, più efficaci.
Cavallo di battaglia “scosso”, nell’altro secolo, ne avevano fatto, inascoltati, Ugo La Malfa e i repubblicani (le sinistre invece auspicavano la chiusura delle prefetture prima che se ne cambiasse il nome in uffici territoriali del governo).
In varie tornate elettorali della seconda repubblica, poi, i partiti hanno dichiarato inutile l’ente provincia, e il Parlamento, a più riprese, ha deciso conseguentemente con leggi e documenti.
A farla breve, la politica – e nonostante politici siano presidenti, assessori e consiglieri provinciali – era riuscita a “decidere”.
Ora, però, un organismo che è giudiziario, la Corte costituzionale, pur con tutte le motivazioni giuridiche del caso, ha cancellato la volontà politica di cittadini, di partiti, delle camere.
Viene da ricordare quel che diceva Carl Schmitt, un grande filosofo e teologo tedesco a proposito della corte: “un giudice che, potendo giudicare le leggi, è di fatto un organo politico. Anzi, è un organo politico superiore all’organo politico per eccellenza: il parlamento”, l’istituzione democratica che, da noi, aveva approvato la soppressione di alcune province, in attesa di eliminarle tutte con legge costituzionale.
Sentenza “politica”?
“Personalmente – disse un presidente della repubblica, Francesco Cossiga – ho sempre sostenuto che la Corte costituzionale italiana è un organo di arbitraggio politico esercitato in finta forma giurisdizionale”.
Parole di un capo della stato che era anche professore di diritto costituzionale e che, con le sue “esternazioni”, disse la verità agli italiani sulla prima repubblica. La quale, anche per sua spinta, cadde, fu sostituita dalla seconda e, per la terza, non si capisce bene se le “lobby”, come le chiama il ministro della giustizia Cancellieri, prevarranno con la difesa degli interessi particolari sull’interesse generale: quello del cambio di marcia nell’organizzazione istituzionale del paese.
Perché la nostra Costituzione sarà pure stata la più giusta per accompagnarci dal fascismo alla democrazia, ma resta comunque datata. E, oggettivamente, non pare che basti, così com’è, a farci diventare un buon paese.
Renzo Trappolini
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