Viterbo – Che nostalgia le chiacchiere dal barbiere, al tempo dei sospirati calendarietti profumati, quando si usavano solo pennello, rasoio da affilare ogni volta e soprattutto forbici. Queste anche per far sapere in giro. Certi del riscontro al prossimo taglio. Talk show senza gli imbonitori a pagamento, sempre gli stessi, che oggi in tv criticano ma in nome e per conto.
Diciamocelo, non c’è gusto e non ci si ritrova facilmente nelle cose che dicono in queste trasmissioni tanto frequenti quanto a basso costo, utili forse solo per messaggi trasversali fra i “referenti” dei partecipanti, non di rado vacui agit prop a gettone e ruota libera chiamati a parlare, straparlare, malparlare perché, si sa, alla fine qualcosa nelle orecchie distratte degli ascoltatori penetra e, magari, tornerà a galla il giorno del voto.
Così, pure il piacere della critica verace, forte e corrosiva ci è tolto e Pasquino, il resto di quella statua senza mani, braccia e naso, che parlava con gli appunti sarcastici che gli affiggevano i romani, ormai tace.
Parlò per secoli ed ebbe pure un compagno di affissione passiva, tal Marforio, statua più fortunata perché collocata in Campidoglio, mentre lui, per anni mezzo sotterrato a far da ponte ai passanti per schivare acqua e pozzanghere, trovò tardi un modesto rialzo in un angoletto dietro piazza Navona.
Lì vicino, però, c’era la bottega di un sarto linguacciuto, molto spiritoso e satirico che, additandolo, dava spago alla critica ed alla protesta della clientela, la quale, alla sua morte, mise a riposo la lingua e prese la penna per scrivere satire, epigrammi, epitaffi pieni di contumelie e vituperi cui rispondevano dal Campidoglio i fans di Marforio.
Talk show anche allora da trasmittenti diverse, ma genuini perché voci dirette di satirici senza volto e nome, quindi liberi di comunicare il proprio vero. Non a comando ma contro il comando, loquaci blocchi di marmo senza moderatori e interruzioni pubblicitarie che se la prendevano con papi, cardinali e imperatori, in tempi di libertà non riconosciuta ma in tal modo democraticamente praticata. Anzi temuta, se è vero, che quando un papa pensò di far gettare la statua nel Tevere, dovette rinunciare perché avvertito da Pasquino stesso che dalle acque fangose del fiume “sarebbero uscite più voci che da un popolo intero di ranocchie”.
Così disse, infatti, la statua e stavolta sotto dettatura di Torquato Tasso, il poeta della Gerusalemme liberata. “Senza Torquato – raccontò Pasquino al compagno Marforio – la bocca di Roma era chiusa di mano dei barbari, ma la ragione disarmò l’ira e la satira deve la vita alla poesia”.
Chiudessero oggi i talk show o almeno qualcuno di essi, ci sarebbe un Torquato Tasso a farli riaprire? E quale imbonitore televisivo saprebbe dire come Pasquino: “Brucia, impicca buon Pio. A me non mi spaventi. Con tutto il tuo potere non mi farai tacere: io son duro, di sasso. Te sfido e pure Satanasso!”
Renzo Trappolini
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