Riceviamo e pubblichiamo – Caro direttore,
ieri mattina dopo aver percorso strada Capretta e aver visto in che condizioni erano le strade ho fatto una riflessione che poi ho scritto.
La invio perché dopo averla riletta mi sono ritrovato in preda allo sconforto più nero, nonostante mi fossi svegliato felice per aver visto un tiepido sole.
Nella mia vita ho avuto la fortuna (o sfortuna) di vivere, a volte anche per lunghi periodi, nelle più disparate città del mondo conosciuto e non, e ieri mattina, nel traffico, ho fatto un paragone comparando i miei ricordi.
Ho confrontato due città, due insediamenti stabili, popolati da una moltitudine eterogenea di intelligenze e ho visto due città in declino, soffocate da auto e da palazzine senza nessun piano sia per le une che per le altre, due città dove la popolazione sopravvive secondo abitudini discutibili e secondo gli stereotipi della tv.
Due città dove, ai palazzi, non corrispondono strade o giardini, dove la pioggia diventa, dopo esser caduta, un monsone, e dove se nevica è talmente insolito che è meglio guardare di fuori che pulire.
Due città, dove la gente non rispetta più le regole, ma applica mille deroghe e queste deroghe sono più valide quanto più, chi le applica ha amici o parenti dove si fanno le regole, dove eccedere è meglio che lavorare, dove avere è meglio che essere.
Due città, dove la gente è a corto di idee, ma ha soldi o rate per dimostrare quello che non è, dove conta lo “show off”, quell’insano modo di dimostrare blasone solo in funzione di cosa si possiede e non in funzione delle idee che si hanno, dove per ottenere ciò che spetta di diritto, l’amicizia con qualcuno conta più del valore effettivo della propria richiesta e le scelte sono vincolate sempre dall’interesse personale e mai da quello pubblico.
Due città, dove la natura è villipesa, martoriata, bistrattata dove l’ambiente non è di nessuno anche se poi sarà lo stesso che consegneremo ai nostri figli.
Due città, dove le strade, a volte senza nome, sono piene di crateri, utilizzate da auto sempre più grandi, lavate e pulite, che consuma benzina a due euro al litro, dove le stesse auto, guidate da piloti puliti e lavati non si curano mai dei giardini, dei vicoli, della storia dei deboli e degli indifesi, dove esistono rioni chiusi alla polizia e dove chi dovrebbe controllare le regole si nasconde a fare multe ai deboli e mai ai potenti.
Due città, dove l’ira inutile sboccia estemporanea, sulle strade a prendere il pane o i bambini a scuola, dove l’esasperazione per le continue vessazioni è latente e aspetta il momento sbagliato e le persone sbagliate. Dove politici e amministratori fanno proclami arroganti nei confronti dei loro datori di lavoro, quei cittadini sempre meno consapevoli che la loro importanza è solo in una scheda dove mettere una x il giorno del voto.
Due città dove la natura ha messo a disposizione ciò che basta per vivere, boschi, laghi, mare, monti, acqua e dove l’arroganza delle abitudini sommerge di volgarità e immondizia un patrimonio degno di un Eden, dove i padri di famiglia a casa mettono le pattine e fuori gettano sacchetti dalle auto, tanto qualcuno ci pensa.
Due città che consegneremo alle generazioni future, sperando che posseggano la forza e le idee per cambiare quel manto di grigio che ogni giorno di più le avvolge.
Una è Viterbo, l’altra è Beirut.
Ma a Beirut c’è stata la guerra…
Bruno Pagnanelli
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