Riceviamo e pubblichiamo – In questi giorni si discute molto a Viterbo sulla opportunità di spazi dedicati alla cultura; un dibattito aperto sull’argomento è senza dubbio utile purchè non si trasformi in polemiche pretestuose che hanno il rischio di distrarre l’attenzione dal tema fondamentale: la necessità di una offerta culturale più ampia che vada incontro ad una pluralità di interessi ed esigenze.
Investire in cultura è uno degli obiettivi principali di tutte le associazioni di volontariato che operano all’interno del carcere e tutte, nessuna esclusa, stanno collaborando per una nuova impostazione pedagogica che proponga e sostituisca alla cultura della devianza (spesso l’unica conosciuta da gran parte dei detenuti) una cultura alternativa che consenta di elaborare criticamente il passato e di progettare un rinnovato futuro.
E’ con questa logica che ieri i detenuti di Mammagialla hanno portato in scena l’esito di un laboratorio teatrale che ha preso spunto dalla tragedia greca di Eschilo sulla storia di Agamennone e Citemnestra, trasponendola ai nostri giorni come aveva già proposto la brava scrittrice napoletana Valeria Parrella: Agamennone diventa un boss di camorra e Clitemnestra è sua moglie che decide di uccidere il marito per amore dei suoi figli e per amore della verità.
Un’opera complessa e sofisticata il cui valore aggiunto è stato soprattutto il testo riscritto dagli stessi attori durante cinque mesi di duro lavoro svolto sulle loro storie e sulle loro emozioni, sapientemente accompagnati dalla regia di Mariella Sto e Cristina Failla.
Tutti i partecipanti si sono messi in gioco in un contesto dove non è certamente facile parlare di legalità e dove parlare di torti subiti o inferti rischia di fare i conti con dinamiche spesso capovolte dalle culture locali; ma nessuno di loro si è sottratto al rischio! Nessuno di loro si è sottratto alla ricerca della verità ! Il personaggio che inizialmente nasceva come eroe vincente è stato alla fine percepito come un eroe di cartapesta sconfitto.
Questo è l’obiettivo prioritario dei volontari dentro un carcere, che nulla ha a che fare con l’indulgenza ma che anzi al contrario vuole riportare sulla scena della vita anche le vittime delle storie di ognuno, senza sconti…
Investire sulla costruzione di uomini nuovi piuttosto che di nuovi penitenziari significa avere il coraggio di investire sulla riconciliazione piuttosto che sul conflitto permanente, significa restituire più sicurezza alle nostre strade, significa restituire alla società persone “rinnovate”, forse non tutte, ma anche se domani ci fosse una sola rapina in meno ad una pompa di benzina ci sarà un benzinaio in più che quella sera tornerà a casa da sua moglie e dai suoi figli… e vi pare poco?
I volontari del Gavac e il Teatro degli Incerti hanno creduto fortemente in questa impostazione e ringraziano tutti coloro che quotidianamente hanno dato loro fiducia: si ringraziano pertanto tutti i 250 spettatori presenti che hanno voluto testimoniare la loro attenzione per gli “spazi culturali” senza pregiudizi, si ringrazia la direttrice del carcere Mascolo che è stata vicina agli attori durante tutte le repliche dello spettacolo, la Fanti direttrice dell’area trattamentale che crede in questa linea pedagogica, tutto il corpo di polizia penitenziaria senza la paziente assistenza della quale nulla si potrebbe organizzare in carcere, l’assessore Sabatini dei servizi sociali del Comune che ha voluto sostenere questo progetto, i professori e le professoresse del liceo Buratti e Santa Rosa che hanno condotto con i loro studenti e con il Gavac un progetto sulla legalità durante tutto l’anno.
Ricordiamo infine che i detenuti hanno voluto destinare il ricavato spontaneo dello spettacolo all’associazione Vip di Viterbo, presente in sala con 15 simpaticissimi clown dell’ospedale del Belcolle; anche questo è un segnale di comunione che unisce la sofferenza e il dolore con la possibilità di guarire e cambiare.
Claudio Mariani del Gavac
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