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– “La segreteria provinciale doveva presentarsi dimissionaria”. Parola di Alessandro Dinelli, vice segretario del Pd.
Un dibattito acceso e animato quello di ieri pomeriggio della direzione provinciale del Pd che continua a leccarsi le ferite dopo le elezioni e soprattutto alla luce dei dati viterbesi. Risultati per niente esaltanti secondo diverse voci critiche interne.
La riunione è andata avanti per tutto il pomeriggio. Tra gli interventi più infuocati e significativi, quello del vicesegretario provinciale del Pd Alessandro Dinelli che ha criticato duramente il partito colpevole di non aver saputo cavalcare l’onda del rinnovamento. “Il dato di Viterbo ha una sua specificità – ha affermato Dinelli – ed è dipeso da alcune scelte che secondo me sono state sbagliate“.
A partire da come è stata portata avanti la campagna elettorale. “Per una settimana abbiamo parlato con Gigli, poi abbiamo fatto le primarie ma le deroghe nazionali hanno fatto svanire il loro effetto. Abbiamo complessivamente perso la sfida del rinnovamento ed è passato un messaggio completamente sbagliato“.
A pesare per Dinelli è stata l’autorefenzialità del partito. “Il primo errore che abbiamo pagato è che il Pd si è presentato troppo conservatore e allo stesso tempo ha sbagliato il modo di rapportarsi con la società, mostrandosi troppo burocratico e ortodosso. Ogni tanto ci dovremmo slacciare i colletti bianchi che indossiamo per comunicare”.
Ecco perché, per Dinelli, serve che qualcuno faccia un mea culpa su quanto accaduto. Perché la politica è fatta anche di segnali. “Secondo me, la specificità del dato viterbese, che è due punti sotto la media nazionale e la voragine tra il voto delle politiche e quello regionale, ci devono far pensare. Come vicesegretario sono il primo a sottopormi alla critica. Chi più è protagonista, più deve essere indulgente con sé stesso ammettendo gli errori“.
Uno il passo da compiere in questa direzione di cambiamento che pervade il paese. “Di fronte a questo dato sarebbe stato opportuno dare un segnale di umiltà -ha aggiunto -. Non sarebbe stato male quindi che oggi (ieri, ndr) la segreteria si fosse presentata dimissionaria. La direzione poi avrebbe potuto decidere che noi non eravamo i capri espiatori concedendoci di nuovo la fiducia. Per me, però, un segnale andava lanciato. Il Pd in tanti casi appare borioso e supponente e questo sarebbe stato un buon messaggio. Non perché uno voleva ripetere la notte dei lunghi coltelli, ma solo perché sarebbe stata una modalità nuova e umile di aprire una discussione e affrontarla fino in fondo”.
Per Dinelli non sarebbe stato un dramma presentarsi dimissionari. “La sfida del rinnovamento è percepita in tutto il paese. A Viterbo non è stata colta e ora ci ritroviamo con una problematica in più da affrontare. Ripensiamo e ragioniamo sul nostro modo di essere. Ci manca un bagno di umiltà – ha concluso -. E’ una critica anche contro me stesso ma è costruttiva, per migliorare e non per fare sgambetti”.
A intervenire nel dibattito anche Sandro Mancinelli che ha lanciato diversi spunti di riflessione sul voto. “L’esito elettorale della provincia di Viterbo è tra i peggiori a livello nazionale e lo stesso per quanto riguarda quello del comune di Viterbo – ha detto Mancinelli in direzione-. Tra i giovani non riusciamo a prendere un voto e siamo l’unico partito in città che diminuisce i voti della Camera rispetto al Senato. Ci sarà una spiegazione per tutto questo? – si domanda -. La gente va a votare e fa delle scelte, in questo caso avrà visto la lista e si sarà incazzata. Secondo me, questa è la possibile interpretazione, sennò datemene un’altra”.
Problematico anche il dato delle regionali. “Zingaretti ha funzionato e la sua figura ha avuto ripercussioni sull’esito del voto. Ma non è così travolgente nella Tuscia. C’è un 16 per cento di voti che è andato direttamente a Zingaretti e che non contano. A Viterbo città abbiamo preso 8075 voti alle politiche e 8800 alle regionali. In termini percentuali tra l’uno e l’altro dato c’è uno scarto del 7 per cento che sembra un’infinità e che invece in termini assoluti si traduce in meno di 800 voti”.
Critici anche Fabio Scalzini e Massimo Pistilli che sono intervenuti nel dibattito talmente lungo da essere stato aggiornato al 19 marzo.
Paola Pierdomenico
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