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Sport - Viterbese calcio - Intervista a Carlo Graziani che racconta i retroscena che lo hanno portato alle dimissioni da presidente

“Questi sette mesi mi hanno tolto la vita”

di Paola Pierdomenico

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Carlo Graziani

Carlo Graziani

Carlo Graziani
Carlo Graziani
Carlo Graziani

– “Sette mesi che mi hanno tolto la vita”.

E’ un’esplosione di rabbia, passione e sconforto Carlo Graziani. L’ormai ex presidente della Viterbese calcio racconta il periodo in cui ha guidato la società. Mesi di battaglie contro una parte dello staff che non ha fatto altro che remare contro e che non gli ha permesso di realizzare il sogno di vedere la squadra ai massimi livelli.

Lunedì Graziani ha lasciato l’incarico da presidente. Con lui anche il vice Paolo Vestri e il direttore sportivo Maurizio Manfra. Le dimissioni di quest’ultimo sono state respinte e rientrate, poi.

In questo progetto Graziani dice di averci messo l’anima, ma a oggi non è pentito della sua decisione e anzi promette battaglia a quelle che lui definisce “le serpi in seno alla società” che hanno infangato il suo nome e quello di Vestri.

Perché si  è dimesso?
“L’ho fatto – dice Graziani – per un problema famigliare serio. Inizierò un’importante battaglia personale che non è uno scherzo. Ma non ne voglio parlare”.

Come è iniziata la sua esperienza da presidente della Viterbese calcio?
“Siamo partiti con tanto entusiasmo, amore e passione. Sapevamo di ereditare una società con dei problemi che poi si sono rivelati più grandi del previsto, ma nonostante tutto abbiamo cercato di far fronte a ogni difficoltà. A inizio stagione abbiamo pensato di non voler mettere mani ai debiti che la società aveva da oltre quattro anni”.

Ma se entrava nella società, era chiaro che doveva farsi carico anche di quei debiti…
“Erano rateizazioni che avremmo potuto sistemare col tempo. Con il vicepresidente Paolo Vestri abbiamo pensato di costruire un progetto per la stagione attuale che non generasse ulteriori debiti rispetto a quelli che già c’erano”.

In tutte queste difficoltà, perché ha deciso di assumersi l’incarico di presidente, c’erano ragioni o spinte politiche?
“Assolutamente no. Lo abbiamo fatto perché eravamo un gruppo di amici con la voglia di intraprendere un percorso e nonostante tutto non ce la siamo sentita di mollare. Se non fosse stato per Carlo Graziani e Paolo Vestri, i tifosi viterbesi sarebbero andati a vedere il Pianoscarano, con tutto il rispetto. Per senso di dovere volevamo realizzare un progetto che fosse accettabile per la città. Siamo partiti da un budget di circa 450mila euro, in totale compresi i fondi degli sponsor, da spendere per l’intera stagione. Con pochi soldi, abbiamo fatto una squadra che ha funzionato e che funziona”.

Questo cosa ha comportato?
“Con Manfra ci siamo accorti di aver fatto un gran lavoro anche grazie a sacrifici e tagli al bilancio che erano doverosi e poi abbiamo scelto prima gli uomini che i calciatori”.

Cosa intende?
“Guardavamo prima alle qualità della persona. Un esempio è Nicholas Ibojo: con lui, che ho voluto a tutti i costi, ci è bastata una stretta di mano per capirci al volo”.

Secondo lei questa filosofia ha giovato alla squadra?
“Sì, perché si è creato uno spogliatoio che in cinque anni non c’era mai stato. Mi sono trovato a cacciare dei giocatori di tecnica che non mi sembravano compatibili con il nostro ambiente”.

I tifosi, anche su Tusciaweb, continuano a dire però che dovete pagare gli stipendi ai giocatori. E’ così?
“Siamo indietro di due stipendi che però rientravano nel budget prefissato a inizio stagione”.

Quando sono nati i primi problemi che poi hanno portato alle dimissioni?
“Dal primo giorno, quando abbiamo presentato lo staff, la dirigenza e la squadra, ci siamo trovati ad affrontare la stampa che ci dava addosso. Da subito ci hanno detto che non volevamo vincere e anche quando portavamo a casa i risultati non eravamo mai apprezzati. E’ stata una battaglia continua. Sette mesi estenuanti che ci hanno segnato nell’anima. Nonostante le vittorie, non c’era un lunedì in cui non dovevamo schivare le sassate che ci lanciavano contro”.

Secondo lei perché questo accanimento?
“Non me lo spiego. Invece di pensare che volevamo il bene della squadra cercando di dare tutto, continuavano ad attaccarci”.

Chi era a farlo?
“Poche persone, per fortuna. Non smetterò mai di ringraziare, per esempio, Qds, Questione di stile, e la Vecchia guardia che sono stati gli unici a pagare regolarmente il biglietto e a seguirci ovunque supportandoci ogni domenica e in ogni momento. Sono cose che porterò nel cuore fino a che vivrò”.

Cosa avete affrontato in questo periodo?
“Abbiamo scoperto che uscivano quasi cento biglietti gratuiti a domenica, praticamente allo stadio non pagava nessuno. Quando ce ne siamo accorti abbiamo provato a fermare tutto e nonostante ciò siamo stati attaccati dentro lo stadio con persone che ci sventolavano il biglietto in faccia dicendoci che lo avevano pagato. Una cosa che dovrebbe essere normale, credo. Ricordo un episodio che mi ha fatto molto male: dopo tanto tempo, Paolo Vestri era riuscito a convincere il padre a venire allo stadio per la prima volta, ma appena fatti tre gradini, delle persone mostrandogli il biglietto, lo hanno insultato dicendogli di stare tranquillo perché lo avevano pagato. Non dimenticherò mai lo sguardo di disapprovazione del padre di Paolo nei suoi confronti”.

Ci sono stati altri episodi simili?
“Abbiamo scoperto anche che su 84 paganti, 56 usufruivano del biglietto ridotto e abbiamo cercato di stroncare questo fenomeno con un biglietto unico d’ingresso. Per sette mesi abbiamo avuto a che fare con qualcuno che dentro la società ha fatto sì che il nostro progetto andasse male. C’è chi ha sempre buttato fango addosso. Non abbiamo mai ricevuto un grazie per il nostro impegno e la città stessa non ci ha dato risposte. Mi sono addirittura arrivati messaggi di giornalisti con le date degli assegni dati ai giocatori una settimana dopo il termine. Non si parlava più di calcio, ma solo di questioni economiche per screditarci. E’ stata davvero una tragedia”.

Secondo lei tanti hanno remato contro quindi…
“Sì, un altro esempio riguarda il provvedimento nei confronti del passato allenatore Raffaele Sergio che ha deciso di non allenare perché voleva far giocare il figlio in prima squadra. Il vecchio presidente, invece, lo ha mandato al settore giovanile e lui si è ammutinato. Noi eravamo dalla parte della ragione, lui ha fatto ricorso. Siamo riusciti a perdere questo ricorso perché l’avvocato ha chiesto a due persone della società di testimoniare, ma loro non si sono presentate. Un giochetto che è costato 30mila euro alla Viterbese – spiega infervorato -. Tutti dicono di voler bene a questa squadra, poi però a combattere eravamo sempre io, Vestri e Manfra”.

Il problema più grande da affrontare in questo periodo, quale è stato?
“Sono iniziati ad arrivare ricorsi avversi di giocatori degli anni passati che abbiamo pagato una settimana fa, per evitare che togliessero punti alla squadra. A fine anno, l’amministratore si è dimesso per dei problemi con degli assegni che ci hanno fatto trovare coi conti corrente bloccati. Era come viaggiare su un’ambulanza contro cui tutti sparavano. I sacrifici sono stati enormi”.

L’accusano anche di aver usato la Viterbese per darsi visibilità in campagna elettorale dopo la sua candidatura con l’Udc alle ultime elezioni. Come risponde?
“Sapevo dall’inizio che non sarei stato eletto e ho preso questa esperienza come una sfida con me stesso. Non ho assolutamente usato niente e nessuno”.

Quale è stato l’epilogo di questa vicenda?
“Quando Deodati ha scelto di darci una mano con le sponsorizzazioni. Sapevo che era un uomo irruento e di grande passione. Gli chiesi anche di prendere il mio posto ma lui rifiutò dicendomi che forse lo avrebbe fatto a fine stagione. Questo per dire che sono infondate anche le accuse di chi sosteneva che fossi attaccato alla poltrona. Mi sono sempre reso disponibile a fare un passo indietro nel caso in cui gente come Camilli o Deodati, che hanno fatto sempre calcio, avessero deciso seriamente di prendere in mano la società per il suo bene”.

Tornando a Deodati, come sono andate poi le cose?
“Alla seconda partita a cui ha assisto, mi ha chiesto di cacciare lo staff tecnico. Per me è stata una doccia fredda – ricorda Graziani -. Con il direttore sportivo Manfra abbiamo cercato una soluzione alternativa perché non me la sentivo di distruggere quello che di buono avevamo fatto in questi mesi. Deodati mi disse che avrebbe fatto venire l’ex arbitro di serie A Massimo De Santis come uomo di sua fiducia. Dopo una serie di discussioni, siamo riusciti a salvare lo staff tecnico convincendo Deodati. Ho anche convocato due giocatori chiedendo loro di dare il massimo per sostenere mister Farris ed evitare che tutto saltasse in aria. Anche Manfra aveva dato disponibilità di mettersi in panchina per supportare tecnicamente il mister. Non siamo riusciti nemmeno in  quello, perché qualcuno all’interno della società non ce lo ha permesso. Avrei dato la vita per tenere Farris al suo posto, non mi sarei mai venduto per 100mila euro. Ho fatto di tutto per tutelare la gente che c’era e forse questo è stato il mio sbaglio”.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso?
“A fine gennaio – inizia a raccontare – Deodati mi dà un assegno di 30mila euro intestato alla Viterbese calcio e io lo do a Manfra per farglielo versare e far fare gli assegni alla squadra perché Deodati voleva che i soldi andassero ai giocatori. Questo è stato fatto. Poi passa un mese e mezzo e gli dico di rivederci per la seconda rata. Deodati viene a Viterbo e gli viene detto che quei soldi erano stati usati per altro. Abbiamo un’idea di chi possa essere stato e comunque lo scopriremo. Per fortuna ci sono le testimonianze e gli estratti conto che parlano di come abbiamo usato quei soldi”.

Dopo che gli hanno detto che i soldi erano stati usati per altro e non per i giocatori, come ha reagito Deodati?
“Si è evidentemente turbato. L’ho chiamato più volte e alla fine mi fatto rispondere da una persona e si è fatto negare dicendo di essere impegnato. A me e Paolo Vestri è caduto il mondo addosso. Dopo tutto quello che abbiamo fatto in questi mesi, passare da persone poco serie ci sconvolge. Pensiamo che la serpe sia in seno, dentro la società e voglio sapere chi è che ha infangato il mio nome e quello di Paolo. Qualcuno lì dentro ha confuso chi voleva fare del bene alla Viterbese  e chi no”.

E’ più riuscito a parlare con Deodati?
“No, probabilmente lo sentirò in settimana”.

Come definirebbe queste sette mesi?
“Mi hanno levato la vita” risponde stremato dopo un racconto pieno di passione e coinvolgimento emotivo.

Quali saranno le ripercussioni per la squadra?
“Giovedì ci sarà una riunione e decideremo come andare avanti”.

Si è pentito della sua decisione?
“Quando io e Paolo abbiamo iniziato questa avventura, tanti amici ci hanno detto che stavamo facendo una cazzata. Oggi che ci siamo dimessi, invece, ci dicono che abbiamo fatto bene. Questo mi fa pensare…”.

Paola Pierdomenico


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6 marzo, 2013

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