– A raccontarlo, nessuno crederebbe che se n’è andata in silenzio, nel sonno. Proprio lei, che faceva sempre tanto rumore.
Chi la conosceva lo sa: Rita era energia. Una presenza che riempiva ogni spazio.
Non era di quegli avvocati che spariscono, negli ampi corridoi del tribunale. Rita non si mimetizzava.
Portava la toga come tutti, ma non era uguale a nessuno. Impossibile che passasse inosservata.
Statura piccola. Spalle larghe. L’immancabile treccia nera lungo la schiena dritta. La vedevi dentro o fuori dall’aula, sempre intenta in qualcosa. Mai con le mani in mano.
La sua armatura da combattente se l’è portata per trent’anni cucita addosso, sotto la toga. E come ogni combattente che si rispetti, Rita sapeva sempre da che parte stare. Difendeva a spada tratta le sue teorie. Anche quando erano semplici chiacchiere coi colleghi, tra un’udienza e l’altra. Credeva in ciò che diceva e diceva ciò che pensava.
E poi parlava con una grinta da spaccare i muri. Solo chi non la conosceva poteva considerarla burbera o scontrosa. Tutt’altro: per le sue cause dava l’anima. Aveva idee di ferro da gridare forte e chiaro. Anche con qualche parolaccia, se necessario. La schiettezza era la sua virtù più grande, perché non aveva paura delle parole, né delle emozioni.
Lo dimostrò quella volta che scoppiò in lacrime in aula, dopo le polemiche su un’udienza che aveva rischiato di andare deserta per via della neve.
Erano lacrime di rabbia. Perché non accettava di passare per lavativa. Lei, che faceva l’avvocato da una vita e non era stata capace di prendersi neanche la maternità: “Il giorno dopo che ho partorito mio figlio ero già a lavoro!”, gridò davanti ai giudici e ai colleghi, che ancora se lo ricordano.
Per tanti Rita è stata un incrollabile punto di riferimento, in quel palazzo di giustizia. Un gran bel pezzo massiccio di donna che si scioglieva davanti ai giovani.
A me non ha mai fatto mancare complimenti e consigli. Uno su tutti: mai scendere a compromessi, perché le strade facili non pagano. Era questo che la faceva camminare a testa alta per quei corridoi.
Diceva sempre di aver cominciato la professione troppo presto. Quando il diritto penale non era una cosa per donne. Per sopravvivere, ci volevano gli attributi. E lei li aveva più grossi anche di qualche avvocato maschietto.
L’esperienza le aveva insegnato a guardare le ingiustizie in faccia. A riconoscerle dall’odore. A combatterle fino all’ultimo, lucida e tenace. Anche se lei avrebbe detto “rompicojoni”: così si era definita, tempo fa, in una delle nostre ultime chiacchierate.
Parlavamo di un mio articolo su un nostro conoscente. Un ragazzo sfortunato, che se n’è andato troppo presto. “Quando muoio io, lo scrivi anche a me un articolo? – mi ha chiesto -. Puoi dire anche la verità: che sono una rompicojoni… basta che lo scrivi tu”. Non ho potuto dire di no. Ma non avrei mai pensato di doverlo fare così presto. Né che una semplice rompicojoni lasciasse un vuoto tanto grande. Anche dentro di me.
Buon viaggio Rita. Con tutto il cuore. Proprio ieri pensavo di chiamarti, ma non sono riuscita a fare in tempo.
Stefania Moretti
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