Viterbo – “Ricordati di sognare sempre” (gallery).
Una frase che è tra i suoi marchi di fabbrica. Nata a Caprarola 28 anni fa, Benedetta Bruzziches ha inseguito un sogno e ora porta le sue borse in tutto il mondo. Richieste da ogni angolo del globo, da New York a Parigi, da Milano a Tokyo, sono indossate da grandi star e soprattutto dalle donne.
Definita un “genio della giovane imprenditoria italiana“, resta coi piedi a terra e vive tutto con la naturalezza di chi è nata per fare questo.
Un contratto a tempo indeterminato e un lavoro a Milano per il noto stilista Romeo Gigli a soli 23 anni non la facevano sentire nei suoi panni. Con la leggerezza di quell’età ha mollato tutto per trasferirsi in India a disegnare borse. Semplice nella sua lunga gonna nera coi capelli raccolti da una matita, passa gran parte del suo tempo nel suo studio in via dell’Orologio vecchio. Un appartamento arredato da borse che spuntano da ogni dove.
Di recente ha preparato il catalogo per la nuova collezione. Ne cura i dettagli. Le sue borse non sono accessori da abbinare con le scarpe o semplici contenitori di cellulari e portafogli. In ognuna c’è una storia che Benedetta racconta per entrare in contatto con il mondo e soprattutto con l’universo femminile.
Chi è Benedetta Bruzziches?
“Sono io – scherza – e ho una mia azienda di borse, omonima. Sono una donna e una sognatrice che cerca di trasmettere il suo modo di vivere nel suo lavoro e nelle sue collezioni. Così sono riuscita a rompere i tanti schemi del mondo della moda e a raccontare un prodotto che non è più un prodotto, ma una vera storia. Le mie borse sono talismani per le donne di tutto il mondo. Il mio vivere all’insegna dell’avventura e dell’ideale si riflette nelle mie creazioni che si propongono di recuperare le attività artigianali che altrimenti andrebbero perse”.
Cosa intendi?
“Nel nostro mondo, cerchiamo di recuperare quei lavori che ormai nessuno fa più perché troppo difficili o troppo costosi. La mia azienda è piccola e quindi riusciamo ancora a contenere i prezzi e a creare un rapporto diretto coi fornitori, portando avanti le attività per tramandarle di madre in figlia e nipote. Voglio creare oggetti che resistano nel tempo e vadano al di là della moda. Le mie collezioni, come L’arte della gioia, la Pachamama o La principessa che credeva nelle favole, raccontano in ogni stagione una storia diversa. Voglio dare forma al mondo della donna e dell’Italia”.
Quando nasce la tua passione?
“La passione è qualcosa che si ha dentro. E io l’ho sempre avuta, non solo nei confronti della moda, ma di tutto quello che mi piace e che cerco di fare al meglio. La moda la rifiutavo, perché un sistema che ogni sei mesi ti convince a essere una cosa diversa rispetto a quello che eri prima per vendere un prodotto, per me, non funziona. In questo momento non abbiamo bisogno di un prodotto, ma di qualcosa a cui dare un valore. La mia passione per la moda è nata proprio nel momento in cui ho iniziato a viverla come una comunicazione personale”.
Dunque, cosa rappresenta per te la moda…
“Un modo di vivere la giornata. Un paio di anni fa, appena trasferita a Viterbo, ero in piazza della Morte ed ero uscita con una sottoveste lilla dei primi del ‘900 in pizzo e seta con dei fiori in testa. Mi si è avvicinata una bambina chiedendomi da casa fossi vestita e le ho detto di essere vestita da principessa. E’ rimasta a bocca spalancata e mi ha chiesto il perché di quell’abito. Le ho detto che se anche lei si fosse vestita da principessa sarebbe stato un po’ come esserlo. La bellezza fa bene al mondo e per me la bellezza è anche riuscire a vivere la moda in un contesto bello all’interno di qualcosa che ti fa stare bene. Sono cose che ci aiutano a stare meglio”.
Tra tutti gli accessori e le creazioni stilistiche hai scelto le borse, come mai?
“Per caso. Ho iniziato come fashion designer a Roma, poi mi sono trasferita a Milano a lavorare per Romeo Gigli. In quel periodo, però, non riuscivo a dare il massimo e sono entrata in crisi. Quando sento di sprecare il tempo in una cosa che non mi appartiene, non riesco ad andare avanti. Il momento milanese è stato particolarmente difficile”.
Poi qualcosa è cambiato…
“Ho incontrato l’indiano Vimal dentro un ascensore a Bologna e mi ha chiesto di disegnare borse per lui. Non lo avevo mai fatto, ma l’India era un posto che mi appassionava tantissimo, quindi ho finto di essere una designer di borse e sono partita”.
Come è andata?
“E’ stato fantastico. Un’esperienza bellissima. L’India ha rappresentato il momento in cui mi sono resa conto che tutto è possibile. A Milano avevo conquistato una stabilità con un ufficio bellissimo da assistente personale di Romeo Gigli, un contratto a tempo indeterminato a soli 23 anni e un sacco di premi vinti appena finita scuola. Tutte cose a cui si aspira. Io, però, non stavo bene e con grandissima leggerezza mi sono detta che potevo fare di più e chiedere di più alla mia vita. Quindi sono partita”.
Cosa rappresenta per te una borsa?
“Guardare nella borsa di una donna è un po’ come guardarle dentro, tant’è vero che non si fa mai. Non si mettono le mani nella borsa di un’altra persona perché è come violare la sua intimità. Per me le borse rappresentano una dimensione personale ed è per questo che le riempio di messaggi. Dentro, infatti, c’è sempre qualche frase o comunque tanto colore che riflette la nostra parte intima. Immaginiamo per esempio la borsa di una ladra o quella di una mamma piuttosto che di un omicida. Anche solo a guardarci dentro c’è una panoramica di quello che si è”.
E nella borsa di Benedetta cosa c’è?
“Io vado in giro senza. Per l’uomo la borsa è sempre stata la tasca che gli permetteva di essere a contatto con le proprie parti intime. La donna, invece, è stata allontanata da questa dimensione e ha sostituito quell’intimità con la borsa che spesso però è diventata un impedimento esterno. La borsa è la vita di una donna, la custodia dei suoi segreti e non deve mai diventare un fardello. Ma deve essere qualcosa che la alleggerisce e la rende bella diventando un’alleata preziosa e non una palla al polso”.
Come nasce l’idea che poi metti in pratica nel realizzare una borsa?
“Più che altro da suggestioni del quotidiano. Può essere la musica o una frase che ho letto. Non disegno mai, ma leggo e scrivo molto. Poi viaggio. L’ispirazione è dentro di me e sta nella capacità di lavorare con la fantasia”.
Hai anche incontrato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che effetto ti ha fatto?
“Sono stata scelta per fare un video di incoraggiamento alle donne che si chiamava “Avanti ragazze”. E’ stato emozionante essere portata per esempio, ma anche imbarazzante perché comunque sono una persona come tante altre. Credo che tutti possano fare qualsiasi cosa. Mi sono data tanto da fare e i risultati sono arrivati. Se ti impegni, tutto torna indietro, l’importante è non smettere mai di fare e non risparmiarsi mai. A volte mi è capitato di lavorare giorno e notte. Sempre. Fare tanto e faticare, però, porta bene”.
Quante collezioni hai all’attivo?
“Nove. L’ultima sarà esposta fino al 5 ottobre nel nostro showroom a Parigi e Londra”.
Dove è possibile trovare le tue borse?
“Nei negozi più belli del mondo”.
C’è qualcuno che le ha indossate e che ti ha fatto particolarmente piacere?
“A me interessano le donne. Il prodotto è già abbastanza forte e non voglio pubblicizzarlo per forza attraverso Beyoncé o le star che le hanno scelte e comprate. Solo in un caso ho regalato una mia borsa Libro a Rita Levi Montalcini e sono stata contenta di averlo fatto perché lei è una mia eroina. Qualche mese fa, invece, mi ha fatto piacere ricevere la mail di una donna libanese che aveva comprato una borsa Libro a Beirut. Mi ringraziava per averle dato la possibilità di scriverci ogni giorno un messaggio di pace, in un momento critico per il suo paese. Ho avuto i brividi. E’ stata una grandissima emozione e il momento più alto della mia carriera. Grazie alla borsa ho la possibilità di dialogare con le donne e con il mondo”.
Hai trovato difficoltà all’inizio di questo percorso?
“Sì, di difficoltà ce ne sono state e sempre ce ne saranno, specie se si vuole fare bene. Ho vissuto situazioni che non augurerei a nessuno. All’inizio, quando stavo in India, me ne sono capitate di tutti i colori: ho preso grandi fregature coi clienti per decine di migliaia di euro, non ho dormito giorno e notte per pagamenti e scadenze da fare o per consegnare dei lavori. Mi è successo anche di fare delle produzioni completamente sbagliate per cui ho dovuto buttare tutta la merce e ricominciare da capo”.
Hai mai avuto paura di non farcela?
“Io non ce l’ho fatta. Il mio è un percorso nel quale al massimo cado, ma poi mi rialzo. Finché non mi ammazzano, continuerò”.
Il paese vive una grande crisi economica, cosa suggeriresti a un giovane che volesse intraprendere questa carriera?
Beh, non saprei, perché anche io sono giovane e quindi non mi sento nella posizione di dire nulla…”.
Certo, ma sei un esempio di ragazza che è riuscita nel suo lavoro e che sta andando avanti.
“Allora consiglierei di non arrendersi mai e prendere il buono delle cose. Cercare di fare tutto al meglio per dare il massimo, senza risparmiarsi o avere paura della fatica che invece fa parte del gioco e, alla fine, è qualcosa di bello”.
C’è un momento che ricordi con particolare affetto?
“Ogni giorno che vivo coi ragazzi con cui lavoro. Con loro si è creata un’energia particolare per cui ognuno dà il massimo e si impegna a fondo per una cosa che è di tutti noi. Lavoriamo bene e ci vogliamo bene. E’ un team che funziona e che da Viterbo riesce a fare la differenza nella moda”.
Quante persone ci sono nella tua squadra?
“Siamo una decina di persone fisse e i vari fornitori che gravitano intorno”.
Un modello di borsa a cui sei più legata?
“Non so, forse la Carmen perché l’ho usata come cuscino durante tutto il viaggio in Sudamerica o forse il Diario per il viaggio di Cuba o il Cabaret che mi riporta a un mondo di dolcezza di cui voglio farmi portabandiera o forse, non so, l’Alveare perché è la prima che ho fatto, oppure la Marea, che secondo me è la più bella o le Intrecciate perché sono così comode…”.
Se non avessi fatto questo lavoro, chi saresti ora?
“Adesso faccio questo lavoro, ma immagino che domani ne farò un altro. Non voglio mica fare solo questo nella vita. Sogno di viaggiare il mondo cantando e ballando, magari a piedi”.
Qual è il tuo legame con Caprarola?
“Ne parlo sempre in maniera molto entusiasta, perché è la mia terra e la vivo come tale. Vengo da una famiglia di contadini e ho un rapporto viscerale con la terra. Da noi si risparmiava per acquistare la terra e partendo proprio da quella terra, voglio coltivare le artigianalità e le arti del territorio”.
Progetti in cantiere?
“Milioni, in tutti campi…”, conclude ridendo.
Paola Pierdomenico
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