Viterbo – (s.m.) – Un banale intervento alla colecisti lo ha mandato in coma per tre mesi.
Doveva essere un’operazione di routine quella praticata il 10 luglio 2012 al signor Savio Speranza, 79enne di San Martino al Cimino.
Si è trasformata in un calvario, vissuto da luglio a ottobre in un reparto di rianimazione.
Sotto inchiesta per lesioni colpose gravissime è finito il medico che lo ha operato: M. P., chirurgo dell’ospedale Belcolle di Viterbo. L’accusa è di avergli perforato l’intestino, mandandolo prima in setticemia, poi in coma.
Stamattina, l’incidente probatorio: una sorta di anticipazione del processo per svolgere, il prima possibile, accertamenti sulle condizioni del paziente. A eseguirli, come perito del tribunale, sarà il dottor Roberto Verzaro, primario di chirurgia all’ospedale Vannini di Roma, incaricato stamattina dal gip di Viterbo Franca Marinelli. I consulenti di parte saranno Antonio Feroce per la difesa (avvocato Giuliano Migliorati) e Nicola Iemmi per la parte offesa (avvocato Angelo Di Silvio).
Sono i familiari ad accorgersi che qualcosa non va il giorno dopo l’intervento. “Abbiamo notato uno strano gonfiore al ventre – dice la figlia, Nadia Speranza -. Mio padre accusava dolori fortissimi”. La notte successiva, il tracollo. Speranza viene operato di nuovo alle 5 del mattino del 12 luglio. I familiari lo vengono a sapere tre ore dopo, a operazione conclusa. “Era andato in setticemia – racconta ancora la figlia -. In quarantott’ore è passato da una salute perfetta al coma”. L’intervento alla cistifellea, tra l’altro, non era necessario.
“Gli avevano consigliato di farlo solo per precauzione, perché col tempo e l’età la colecisti poteva infiammarsi e andare in peritonite. Io gli dicevo: “Ma non ti operare, papà, stai così bene!”. Lui invece era contento: pensava che dopo quell’intervento così semplice sarebbe stato meglio di prima. A 79 anni, ne dimostrava venti di meno ed era il mio punto di riferimento: pieno di vita, faceva tutto lui in casa”.
Ora è sulla sedia a rotelle. Ha difficoltà a parlare, oltre che a camminare. Il fatto stesso che sia vivo è un miracolo. “I medici lo davano per spacciato – continua la figlia -. Non gli davano alcuna speranza di vita. Ma io la speranza ce l’ho nel cognome e nel nome: Nadia significa “speranza”. Non abbiamo mai mollato, ma è stata durissima”.
A fine ottobre, suo padre ha riaperto gli occhi. Magrissimo, debilitato e coperto di piaghe da decubito dalla testa ai piedi. Un’altra persona rispetto a quella entrata in sala operatoria tre mesi prima. “Si sta riprendendo piano piano, ma ha danni irreversibili. La gamba destra, per esempio, non la recupererà mai più. Non potrà più tornare a camminare come prima”.
Per il suo avvocato, Angelo Di Silvio, l’intervento non doveva neppure prevedere margini di errore. “Un’operazione così routinaria ha obbligazione di risultato – dichiara il legale -. Significa che l’esito positivo doveva essere scontato, data la semplicità dell’intervento. Non si può entrare in una sala operatoria con le proprie gambe e uscire sulla sedia a rotelle”.
Il perito del tribunale dovrà accertare il nesso di causalità tra le lesioni del paziente e l’intervento alla colecisti, ai fini di una valutazione della responsabilità medica. Il dottor Verzaro ha preso quaranta giorni di tempo per stendere la sua relazione. La illustrerà ad aprile davanti al gip, in contraddittorio con i consulenti di parte. Dopodiché, gli atti torneranno al pm Paola Conti che dovrà decidere se proseguire o chiudere l’indagine. E soprattutto, cosa chiedere al gip: se l’archiviazione della posizione del medico o il rinvio a giudizio.
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