Viterbo – “A fine stagione me ne vado”.
Piero Camilli è una furia. Il campo da gioco sembra un campo di patate, le istituzioni sono assenti e i giocatori non hanno carattere. Il patron della Viterbese ha una parola “buona” per tutti. A queste condizioni, lui, non ci sta più. Annuncia quindi di finire il campionato, promettendo di vincerlo, per poi andarsene.
“In questa città non si può fare calcio – esordisce Camilli – a fine stagione andiamo via. Sono incazzato perché le cose non vanno. Se guardiamo alla classifica, siamo secondi a un punto dal Rieti, ma il fatto è che poche settimane fa eravamo primi a cinque punti di distanza”.
Per Camilli, i giocatori devono cambiare registro. E li sprona in pieno stile Trapattoni. “Sono dei coglioni. Veri quaquaraquà. I calciatori veri non sono questi – dice senza peli sulla lingua -. Mancano il coraggio, la rabbia e la voglia di fare gruppo”.
Il campionato si chiude tra dieci partite. “Saranno dieci battaglie, in cui voglio che la squadra dia il massimo, perché la società, l’ha messa in condizione di farlo”.
Lui un segnale lo ha lanciato. “Ho bloccato i pagamenti ai giocatori e d’ora in poi – avverte – chi sbaglia va a casa. Cerone fa ridere e Vegnaduzzo fa piangere. Mi sono rotto. Sono venti pezzi di merda, un branco di deficienti amorfi”. Quello che serve ai gialloblù è il carattere. “Io l’avversario in campo, lo odio e quando lo affronto me lo mangio”.
Nella rabbia, però, Camilli spezza anche una lancia a favore dei suoi ragazzi, costretti ad allenarsi sui campi della Tuscia per le condizioni “disastrose” del Rocchi. “Allenarsi per la provincia è penalizzante. Non si può più andare avanti così. Ma che strutture ci sono a Viterbo? – si domanda -. Il Rocchi è praticamente un campo di patate”.
Da qui la sua decisione di mettere fine a questa “carovana”. “Da oggi i gialoblù si alleneranno a Viterbo. Useremo il campo fino a quando non si sfascia. Poi li riporterò a Grotte Santo Stefano”.
Nel mirino di Camilli c’è soprattutto l’amministrazione comunale, colpevole di essere assente. “Non ho chiesto nulla alla politica. Non voglio soldi o lottizzazioni, ma fare calcio in maniera seria. Qui però non mi è possibile visto che, allo stato attuale, non c’è nemmeno una convezione per l’utilizzo dello stadio. Non ci sto più”.
Lunga la lista delle spese per la manutenzione dello stadio. “A oggi – dice Camilli – ho speso seimila euro per il giardiniere, 3500 per l’acquisto di materiale per la manutenzione del terreno, 4500 per il noleggio e trasporto del rullo, 6mila per la pulizia dello stadio e 2600 per l’affitto del gruppo elettrogeno per l’illuminazione. Il campo non è in funzione della squadra ma della città”.
Il telefono del comune squilla, ma dall’altro capo nessuno risponde. “In settimana ho avuto problemi con la caldaia – racconta Camilli -. Ho chiamato il sindaco per capire il da farsi, ma non ha risposto. Stessa cosa col delegato allo sport Sergio Insogna al quale ho anche mandato un messaggio. Anche qui niente. Insogna sa solo ridere, mi sembra quello del Formaggino mio”.
Inesistenti i rapporti con le istituzioni. “A oggi non c’è nemmeno un referente con cui poter discutere delle problematiche della società. Non da ultimo, la comunicazione che mi è arrivata pochi giorni fa sul campo da gioco che dal 12 al 14 sarà usato per una manifestazione di rugby. Non so come si può andare avanti così”.
Camilli ricorda con rammarico gli anni del Grosseto. “Per 14 anni ho guidato la società con a fianco amministrazioni di destra e sinistra. Mi sono sempre trovato bene perché hanno dimostrato una vicinanza viscerale con la società. Ricordo che, notando il supporto dei tifosi, i politici si sono dati da fare sostenerci e metterci a disposizione un vero stadio. E lo hanno fatto in quattro mesi, concedendo appalti a ditte locali e non esterne”.
Camilli chiede un segnale. “Ho messo su una società sana. Ora, c’è da costruire, ma non posso farlo con chi si nega anche al telefono”. Camilli dice di essere l’unico a tenere alla maglia. Con lui, solo i tifosi. “Non voglio niente, solo che l’amministrazione senta sua la squadra. Questi però – dice riferendosi all’amministrazione – hanno in mano la città e non hanno nemmeno 10mila euro per sistemare il campo. Sono scarsi e non sanno nemmeno cosa sia il calcio”.
Quindi il messaggio alla squadra. “Abbiamo uno staff da serie C – conclude patron Camilli -, a partire dal massaggiatore per finire al fisioterapista. I giocatori sono nelle condizioni di dare il massimo. Gli servono dei calci in culo, perché si devono svegliare queste teste di cazzo. Quando parlo con loro, mi danno ragione. Io non voglio la ragione, ma i fatti, perché nel calcio non ti regala niente nessuno”.
Paola Pierdomenico
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY