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Lettere - Viterbo - Roberto Caponeri segnala la sua disavventura al pronto soccorso di Belcolle nel giorno di Pasquetta

“Ho dovuto soccorrere mia madre di fronte all’infermiere immobile”

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Il pronto soccorso

Il pronto soccorso 

L'ospedale di Belcolle

L’ospedale di Belcolle 

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Ancora malasanità e ancora a Viterbo a Belcolle, ma stavolta non imputabile alla classe medica, ma a quella infermieristica anzi, mi correggo, a quell’infermiere.

E’ Pasquetta, con mia moglie decidiamo di festeggiare, offrendo un pranzo a Capodimonte a mia madre novantaquattrenne e all’unica sorella rimasta di mio padre e a suo marito che in due fanno più di centosettantanni.

Quando da Firenze vengo a Viterbo, amo far fare a mia madre queste mini rimpatriate, a lei piace molto, e questa volta c’è un motivo in più: è Pasquetta. Mia madre, mia zia e mia moglie nel sedile posteriore, io e lo zio seduti davanti alla mia Toyota.

In vista di Marta, a pochi chilometri dall’arrivo, giro leggermente indietro lo sguardo per indicare la bellissima vista sullo scorcio del lago di Bolsena e vedo mia madre riversa con la testa indietro, occhi chiusi, bocca aperta e volto giallo tendente al verde.

Urlo che la mamma è morta, chiedo di controllare se ci sono segni vitali che mi vengono confermati mentre opero una rapida inversione ad “U” per tornare il più rapidamente possibile a Viterbo, pronto soccorso dell’ospedale Belcolle.

Giuro che non avrei mai pensato di arrivare con la mamma viva ma, dopo aver tenuto il clacson acceso per quasi tutto il percorso con due fazzoletti bianchi ai finestrini, quando finalmente ho superato l’ingresso dell’ospedale e ho visto le indicazioni del pronto soccorso ho cominciato a sperare di avercela fatta: mia madre respirava ancora e anche se questo era l’unico segno di vita oramai eravamo arrivati, certamente qualcuno avrebbe preso in carico mia madre ed avrebbe fatto il possibile per salvarla.

Davanti all’ingresso ho dato un ultimo colpo di clacson e sono sceso per una carezza alla mamma che però, a parte il lieve respiro, non dava altri segni di vita: Testa riversa sullo schienale, occhi chiusi, bocca aperta e gialla in volto in lieve ripresa di colore.

Erano poco più o poco meno delle tredici. Mi sembrò strano che non si presentasse subito qualcuno ma poi, dopo un tempo che mi sembrò interminabile, saranno stati anche solo pochi minuti ma per me sempre troppi, un infermiere alto e grosso si è affacciato e si è leggermente avvicinato a due metri dall’auto e senza nemmeno guardare all’interno si è lasciato dire dal sottoscritto che era necessario intervenire urgentemente.

Lieve disappunto stampato sul volto, non so se perché costretto a lavorare a Pasquetta o perché avevo azzardato a chiedere quell’urgente intervento, tornò con calma all’interno e tornò con una sedia a rotelle. Io mi scansai da mia madre per permettere all’infermiere di avvicinarsi perché potesse esercitare la sua attività istituzionale e cioè prendere mia madre con professionalità, caricarla sulla sedia a rotelle e trasportarla all’interno, ma lui non si muoveva.

Teneva la sedia con le due maniglie posteriori e sembrava attendere che mia madre scendesse dall’auto e si sedesse.

Quando gli chiesi perlomeno di avvicinarsi e di aiutarmi a prendere quel corpo inerte, è difficile crederci, ma la sua risposta fu: “scenda come è salita”. Esprimendo il mio massimo disprezzo per quell’incomprensibile comportamento, ho cercato di prendere quel corpo con la massima delicatezza e temendo di farle comunque male, sono riuscito ad appoggiarla in malo modo sulla sedia cercando di non farla scivolare in basso.

Lui, immobile, teneva la sedia da dietro. Poi ha iniziato a recarsi all’interno senza curarsi che i piedi trascinavano in terra. E’ stata mia moglie a fermarlo e lei stessa, dopo aver ben aperto le pedane, sistemò i piedi sulle stesse.

Il cosiddetto infermiere accompagnò mia madre all’interno del pronto soccorso, curando con molta attenzione, questa volta che io uscissi immediatamente da quel locale dove, diceva, era ammessa esclusivamente la presenza del paziente alimentando ancora di più la mia ira anche in considerazione che nelle bacheche per il pubblico è ben visibile un documento che ammette la presenza di un familiare nel caso specifico.

Quando infine anche mia moglie, schifata da quel modo di fare, segnalò quell’assurdo comportamento al gruppo di medici e infermieri che stavano tentando di allontanarmi dalla stretta di mia madre, le fu risposto, e questa volta da una infermiera, “noi non facciamo mica il sollevamento pesi“.

La malasanità si annida ancora in troppe sacche di ignoranza, non dobbiamo subirla, se tutti insieme cerchiamo di combatterla, abbiamo buone possibilità di sconfiggerla.

Roberto Caponeri
Viterbese trasferitosi a Firenze nel 1973

23 aprile, 2014

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