Viterbo – E’ morto un artista sull’asfalto dell’Aurelia (fotocronaca).
Con Nicolae Timofte non se ne va un ragazzo di vent’anni senza uno straccio di sogno.
Prima dell’incidente che gli ha strappato la vita a tradimento, Nico disegnava. Sui muri, su tela, su carta, su pelle (fotogallery).
Per lui, l’arte era una di quelle passioni spontanee. Rampicanti e resistenti. Selvatiche come l’edera.
Una rivelazione che ha poco a che vedere con la costanza o l’esercizio. Era più un dono naturale, di quelli che non si coltivano ma ti cercano, ti trovano e ti scelgono. Quel tipo di passioni che accendono una luce sul futuro. A vent’anni Nico sapeva già cosa voleva fare per sempre: disegnare.
Per fare del suo sogno un lavoro si dava da fare. Su Facebook aveva aperto una pagina dedicata ai suoi quadri: ritratti, dipinti, murales su richiesta. “Solo provincia di Roma e Viterbo, prezzi variabili in base a tecnica e dimensione, per info lasciate un messaggio”, aveva scritto sul social network che trattava come una vetrina per mostrare e vendere. Da vero professionista.
Tante foto lo mostrano all’opera, anche come tatuatore. Lui davanti a una tigre dipinta su un muro o chino su un foglio di carta. Pastelli e pennelli come un’appendice naturale alla sua mano. Tanti paesaggi e ritratti.
Si era inventato l’idea del dipinto-regalo: la sua arte a disposizione degli altri. Di chi voleva regalare un pensiero speciale per ricorrenze e compleanni. Un modo per monetizzare il talento e trasformarlo in lavoro. Alla faccia di chi non ha un briciolo di fiducia nei giovani. Men che meno, nei nuovi italiani.
Nico è la prova che i ventenni non sono “sdraiati” come li ha pensati Michele Serra. Ai ragazzi come lui, l’energia per stare in piedi non manca. E’ il destino che, stavolta, ha voluto altro, prima del tempo.
Il popolo dei giovani è multiforme e sfugge a qualunque tentativo di catalogarlo. A una frangia spiantata e senza fantasia risponde la vitalità di una generazione in marcia, in direzione ostinata e contraria. Poche risorse, tanto entusiasmo e una lotta continua per costruire il futuro. Qui e ora. Senza scappare oltreoceano.
Tra questi c’era Nico. Immigrato e perciò svantaggiato, perché segnato dai soliti pregiudizi. Era venuto dalla Romania con tutta la sua famiglia: madre, padre e tre fratelli. Gente riservata e per bene che ha sempre lavorato sodo, senza mai creare problemi. Li conoscevano in pochi, relegati in quella loro casa lontana nella campagna di località Farnesiana, più vicina a Civitavecchia che a Tarquinia.
Una famiglia che ha scelto l’Italia per ritagliarsi uno spazio e rimboccarsi le maniche. Con la fiducia immensa di poter costruire anche sulle macerie della crisi.
Tutto così difficile, eppure tanto facile. Perché a Nico bastava spalancare gli occhi azzurri per portare il mondo nei suoi quadri. Aveva davanti l’estate più bella del post-maturità e tanto ancora da guardare e disegnare. Ora che non può più farlo, gli amici lo rimpiangono su Facebook, nel classico rituale degli addii.
“Riposa in pace artista”, gli scrive Silvia. Mentre per Michele, poco importa che non sia riuscito a prendere la maturità: “Tu eri già maturo. Eri già maturo da un pezzo”. E in tutti c’è il ricordo di un talento incancellabile: “Insegna a disegnare anche agli angeli – è il messaggio più ricorrente -. Sarai un grande artista anche in cielo”.
Stefania Moretti
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