Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • YahooMyWeb
    • MySpace
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

Viterbo - Le squadre che hanno vinto il campionato del mondo appartegono molto spesso a paesi che stanno vivendo una fase di trasformazione

Calcio, mondiali e crisi sociali, una coincidenza interessante

di Daniele Camilli
Condividi la notizia:

Italia campione del mondo nel 2006

Italia campione del mondo nel 2006

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo  – Calcio, mondiali e crisi sociali. Una coincidenza interessante. Le squadre che hanno vinto il campionato del mondo appartegono molto spesso a Paesi che stanno vivendo una fase di trasformazione sociale, politica ed economica paragonabile a quella che il sociologo David Held ha definito come crisi di trasformazione potenziale.

“Che cosa è una crisi? – si domanda Held – È necessario – prosegue – distinguere tra una crisi parziale (o fase di limitata instabilità) e una crisi che potrebbe condurre alla trasformazione della società. La prima si riferisce a fenomeni quali il ciclo politico-economico, che implica fasi di boom e recessioni nell’attività economica, che sono state una caratteristica cronica nelle moderne economie capitalistiche (e socialiste). La seconda si riferisce all’indebolimento del nucleo o principio di organizzazione di una società; cioè all’erosione o distruzione di quelle relazioni societarie che determinano l’ambito e i limiti di cambiamento delle attività politiche ed economiche” .

A vincere il mondiale è stata spesso la squadra di un Paese in crisi. Ciò vuol dire che le nazionali vincitrici della più importante competizione calcistica internazionale sono anche espressione della crisi in atto della società che in quel momento rappresentano.

Facciamo degli esempi.

1934, 1938: l’Italia vince i suoi due primi campionati del Mondo nel periodo di consolidamento autoritario del fascismo, cioè nella fase in cui la dittatura schiaccia ogni residua forma di resistenza e di autonomia, si impone pienamente come regime e compie le sue più importanti svolte in politica estera: la guerra coloniale, la rottura con la Francia e l’Inghilterra e l’alleanza – carica di conseguenze – con la Germania di Hitler.

1958, 1962, 1970: il Brasile di Pelè porta alla coppa del mondo una società che attraversa una profonda crisi di trasformazione che culmina, tra il 2° e il 3° titolo, con l’avvento e il consolidarsi della dittatura militare. Un altro importante passaggio si verifica nel 2002 con l’arrivo di Lula alla presidenza della Repubblica brasiliana, frutto anch’essa di una crisi di trasformazione.

L’Inghilterra del ’66 vince la competizione al seguito di una rivoluzione culturale che, sulle note dei Beatles e dei Rolling Stones, dal Regno Unito sbarcherà poi su tutto il continente europeo.

1954, 1974, 1990. La Germania Ovest vince il Mondiale del ‘54 in piena ricostruzione: una ricostruzione carica di incognite. Dalla separazione con i territori dell’Est sotto controllo sovietico allo status di Berlino, dalla catastrofe della guerra allo sgretolamento dello Stato, dell’economia e della società tedesca, dall’occupazione militare da parte delle potenze vincitrici all’epurazione di quanto rimaneva del nazionalsocialismo fino alla consapevolezza ormai presente in tutto il tessuto sociale di aver programmato, pianificato, organizzato e messo in atto lo sterminio del popolo ebraico e di tutti coloro che la barbarie nazista considerava “subumani”; la Germania del 54’ vinse il mondiale battendo in finale l’Ungheria per 3-2, in una situazione di profonda crisi di trasformazione che tuttavia la vedeva uscire dal suo Anno 0, nonostante il fallimento della Comunità Europea di Difesa (Ced) che impedì alla Germania di riavere un esercito; un progetto, quello della Ced, che però, seppur fallito, restituì alla Germania la sua piena sovranità nazionale.

Nel ’74 la Repubblica Federale Tedesca conquista invece la Coppa subito dopo i successi della Ostpolitik, avviata qualche anno prima dal Cancelliere Willy Brandt e destinata a cambiare il volto dell’Europa e delle relazioni politiche internazionali aprendo le porte al processo di riunificazione con l’Est che, lupus in fabula, si realizzerà 16 anni dopo (1990) in coincidenza con un altro mondiale vinto dalla rappresentanza tedesca.

E a proposito del Campionato del ’74, la Ostpolitik trovò proprio sul campo di calcio la sua più importante consacrazione. Amburgo, 22 giugno 1974. Germania Est vs Germania Ovest. Due Stati che per quasi trent’anni avevano negato l’esistenza l’uno dell’altro, si affrontarono sullo stesso terreno di gioco. Una partita di football divenne così il simbolo del riconoscimento politico tra Est e Ovest. Finì 1 a 0 per la DDR con un goal di Sparwasser che al 77esimo superò Maier con un diagonale.

Non dimentichiamo poi che nel 1973 il cancelliere Brandt – il primo cancelliere socialdemocratico della Germania post-hitleriana e il primo a chiedere perdono per le vittime del nazismo – era stato costretto a dimettersi in seguito all’affaire Guillaume, dal nome della spia tedesca-orientale che per anni aveva affiancato Brandt come assistente politico .

Anche il Pallone d’Oro conferito nel 1963 al portiere russo Lev Jashin coincise con la volontà politica di aprire un dialogo con i paesi del blocco socialista dopo un periodo di crisi tra Est e Ovest.

Non dimentichiamoci infatti che il muro di Berlino era stato costruito appena due anni prima, dopo la fine del cosiddetto “spirito di Camp David” e il fallimento degli incontri di Parigi e Vienna tra Kennedy e Krusciov e l’ennesimo nulla di fatto sullo status di Berlino. Da poco si era inoltre usciti dall’Ottobre cubano (1962) quando il confronto tra Stati Uniti e URSS sulla presenza di postazioni missilistiche sovietiche a Cuba stava precipitando il mondo in un conflitto nucleare. Il Pallone d’Oro a Jashin, primo e finora unico portiere a riceverlo, fu un piccolo ma significativo gesto di distensione.

Una crisi – che si trasformò in un altro toccasana calcistico per tutt’altra dittatura, questa volta fascista – fu quella ungherese del 1956. A beneficiarne fu la Spagna del generalissimo Franco, l’unico governo fascista europeo a uscire indenne dalla II guerra mondiale.

Protagonista un altro militare, il colonnello Ferenc Puskas, uno dei più grandi giocatori della storia del calcio. Attaccante del Kispest, ribattezzata con il nome di Honved nel 1948, e della nazionale Ungherese, Puskas si trovava in trasferta a Bilbao mentre a Budapest scoppiava la rivolta che portò all’invasione sovietica (autunno del 1956). Dopo aver chiesto asilo politico e aver trascorso 18 mesi in Austria e un breve periodo a Bordighera in Italia, il calciatore ungherese, ingrassato e fuori forma, venne ingaggiato dal Real Madrid di Santiago Bernabeu dove in 9 anni vinse 6 campionati spagnoli, 4 titoli di capocannoniere e 2 Coppe dei Campioni, tra cui quella conquistata all’Hampden Park di Glasgow contro l’Eintracht di Francoforte battuto per 7 a 3 con 4 goal dello stesso Puskas e 3 di Di Stefano.

Il tutto sotto gli occhi di 135mila spettatori. Decisamente formidabile per un giocatore che al suo arrivo a Madrid aveva 30 anni e, a causa dei suoi chili di troppo, era stato soprannominato dai compagni di squadra el canoncito bum. Un affare niente male per il regime franchista che, grazie anche alle vittorie del Real, riuscì a ricostruirsi una nuova identità internazionale e a uscire da quell’isolamento in cui gli Stati vincitori della guerra lo avevano precipitato dopo il 1945, tirando avanti ancora per oltre vent’anni. Fra l’altro Puskas, smessi i panni del calciatore, tentò la carriera come allenatore riuscendo quasi a vincere un’altra Coppa dei Campioni nel 1971 quando perse n finale per 2 a 0 contro l’Ajax. La squadra che allenava era il Panathinaikos: Stato di appartenenza, la Grecia dei colonnelli. L’ennesimo governo dittatoriale!

1978, 1986: l’Argentina diventa campione del mondo in due momenti storici fondamentali: la dittatura di Videla e il concretizzarsi del processo di democratizzazione durante la presidenza di Menem con Maradona che a suo modo, cioè con due reti, una di mano e l’altra smarcandosi quasi tutta la squadra inglese, trovò pure il modo di vendicare la sconfitta militare delle Folkland di 4 anni prima.

Infine di nuovo l’Italia, quella di Bearzot (1982) e Lippi (2006). La prima regala la coppa del mondo a una realtà sociale che sta per uscire dal lungo ’68, dalle lotte operaie, dal terrorismo, dai tentativi di colpi di Stato, dalle bombe sui treni e nelle piazze; insomma da un periodo identificato da più parti con una fase di guerra civile strisciante. I goal di Paolo Rossi portano in piazza un Paese in piena trasformazione che dopo anni di laceranti conflitti si ritrova dietro una stessa e sola bandiera, mentre tutto il sistema industriale si ristruttura facendo a meno della classe operaia e la società elabora nuovi valori ed è preda di nuovi bisogni.

A sua volta la nazionale di Lippi riporta la Coppa in un’Italia che sta vivendo una crisi profonda caratterizzata da gravi tensioni politiche e sociali, da espresse volontà secessioniste e da un’economia disidratata. La vittoria al mondiale ha riunificato, anche se per breve tempo e solo dal punto di vista mediatico, un sistema paese caratterizzato da tensioni costanti e sempre più preso da scandali, corruzione e malaffare. L’Italia, che ha trionfalmente accolto uno dei più grandi allenatori della storia calcistica, stava e sta ancora attraversando una fase di serio indebolimento dei principi di organizzazione del suo ordinamento sociale.

Dunque, 13 campionati del mondo su 19 finora disputati. Un dato rappresentativo per avvalorare l’ipotesi formulata.

Tuttavia non stiamo dicendo che, necessariamente, la crisi di una nazione porta alla vittoria di un campionato del mondo. Siamo anche consapevoli che a vincere il mondiale sono state quasi sempre le stesse squadre che fra l’altro provengono da Paesi che hanno attraversato mutamenti radicali proprio nel corso di questi ultimi 50 anni. Uruguay a parte, vincitore di due competizioni (1930, 1950), il titolo è stato vinto 5 volte dal Brasile, 4 dall’Italia, 3 dalla Germania, 2 dall’Argentina e 1 ciascuno da Francia, Inghilterra e Spagna.

Non ci siamo nemmeno dimenticati che si sta parlando di formazioni con caratteri diversi. Si passa infatti dal calcio estetizzante del Brasile a quello agonistico di Francia e Inghilterra. Da quello tedesco e spagnolo, tutto incentrato sulla corsa, a quello tatticamente disciplinato dell’Argentina fino al calcio speculativo della nazionale italiana.

Nonostante tutto, il campionato del mondo di calcio è stato spesso – seppur non sempre – vinto da Paesi in crisi. Una crisi che ha prodotto i suoi frutti anche nell’ambito delle principali competizioni internazionali per club. Pensiamo alla Coppa dei Campioni e alle vittorie del Milan e dell’Inter tra il 1962 e il 1969, cioè in piena trasformazione sociale successiva al boom economico e a ridosso del ’68 studentesco e dell’autunno caldo operaio.

Oppure alle vittorie delle formazioni olandesi nella prima metà degli anni ’70 (Feyenoord e Aiax) con il loro Paese che, tra i primi, stava sperimentando il modello post-fordista, ovvero ai club tedeschi (Bayern di Monaco) e inglesi (Liverpool, Nottingham Forest e Aston Villa) che hanno vinto la Coppa dei Campioni in una fase di passaggio dovuta alla piena legittimazione internazionale della Germania Ovest (Ostpolitik) e alla fine del modello laburista, che fino ad allora aveva guidato la politica inglese lasciando il posto ai conservatori di Margaret Thatcher che governeranno il Regno Unito per tutti gli anni ’80. Senza dimenticare infine le due vittorie dei Paesi del Blocco socialista (Steaua di Bucarest e Stella Rossa), arrivate proprio in coincidenza con perestroika e crollo del muro di Berlino e regimi socialisti al seguito.

Inoltre l’enorme partecipazione e il senso di unità nazionale dovuti alla vittoria a un campionato del mondo svologono una funzione catartica (purificatoria) della crisi in atto; una catarsi che, prendendo in prestito un concetto coniato da Dario Fo, appare molto spesso come liberatoria del sistema, perché, unificando tutti sotto un’unica emozione-illusione, elimina – seppur per un breve periodo – le contraddizioni sociali. Purificando poi le tensioni esistenti, ricompatta la società attorno agli elementi del sacrum nazionale – unità territoriale, lingua, costumi, religione, proprietà – con tanto di ingresso trionfale in patria e città trasformate in stadi.

Tornando alle vittorie del nostro Paese, la scelta di Pertini di assistere alla finale di Spagna ’82, così come il lasciarsi filmare dalle telecamere durante la famosa partita a scopone in aereo con i giocatori italiani di ritorno da Madrid, rientrano anch’esse nella logica di sfruttare il potenziale catartico del calcio per ridare fiducia a un’Italia che trovò nella vittoria contro la Germania Ovest quel qualcosa che, come sostenne nel 2006 il calciatore Gabriele Oriali, andò oltre il calcio.

Lo stesso si può sostenere per il successo ottenuto ai Mondiali 2006. Come sottolineò Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera il giorno dopo la finale con la Francia, parafrasando una dichiarazione di Marcello Lippi , a vincere è stato il “Paese che ne aveva più bisogno, quelli che avevano più fame”: l’Italia e gli italiani “usciti da una stagione di contrapposizioni politiche per la vita e per la morte e da una crisi morale lunga anni che ha raggiunto per ultimo anche il calcio. Anche alla Francia di fine era chiracchiana la Coppa avrebbe fatto bene.

L’hanno ripetuto un po’ tutti i loro calciatori, alla vigilia, a cominciare da uno dei pochi bianchi, il difensore Willy Sagnol: dopo l’anno terribile di Parigi, dalla rivolta delle banlieue alla bocciatura della Costituzione europea fino allo scanalo di fine regime che ha visto scannarsi i leader della maggioranza, una vittoria avrebbe ‘ricompattato il Paese’.

A maggior ragione ne aveva bisogno l’Italia… A differenza di neri e arabi francesi, gli azzurri non vengono dalle banlieue, alla vigilia non hanno fatto riferimenti al di fuori del calcio, ma nelle prime battute all’uscita dagli spogliatoi – ‘abbiamo unito l’Italia’ dice Toni – hanno colto il senso non solo sportivo della loro vittoria, il passaggio che il quarto Mondiale può rappresentare; qualcosa di diverso e di più dello 0,7% di Pil calcolato dagli economisti. I tifosi, nella notte di festa, hanno rappresentato l’evento a loro modo, attraverso gli slogan e gli striscioni, mescolando cose che non c’entrano, cartelli e cori a chiedere ‘amnistia per Moggi’, visto anche un ‘Farina patriota’ e parecchi ‘Salvo libero’. Ma che uno spartiacque sia stato varcato ieri notte nel fatale Olympiastadion di Leni Riefenstahl e del mito tragico degli Anni Trenta – lo stadio della nostra unica vittoria olimpica, 70 anni fa – era ben chiaro a tutti” .

“Di sicuro – aggiunse il giornalista del Corriere nella prefazione al libro Italia-Germania 2 a 0 – non si vince un mondiale per caso e senza conseguenze. Una generazione di grandi calciatori ha colto il successo della vita, proprio quando le loro squadre venivano retrocesse o penalizzate e i loro dirigenti radiati o sospesi. Nell’estate in cui la destra perdeva il referendum e la sinistra vedeva vacillare il governo sull’Afghanistan, in una Germania ubriaca di nazionalismo la squadra di Grosso, Materazzi, Gattuso, Cannavaro e Lippi dava all’Italia il suo quarto Mondiale. Poco o nulla è più come prima, nel calcio e forse non solo” .

Daniele Camilli


Condividi la notizia:
14 luglio, 2014

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY

Test nuovo sito su aruba container https://www.tusciaweb.it/sindaco-cercasi-ci-vorrebbe-diogene/