Viterbo – Cinque associazioni con un unico obiettivo: individuare i responsabili della mancata risoluzione dell’emergenza arsenico nelle acque della Tuscia.
Paola Celletti per il sindacato Usb, Maria Immordino per Solidarietà cittadina, Chiara Frontini per Viterbo 2020, Francesco Lombardi per il Forum per l’acqua pubblica e Luigi Telli per Rifondazione comunista hanno presentato stamattina, tramite l’avvocato Carlo Mezzetti, un esposto alla Procura della Repubblica di Viterbo per chiedere di aprire un’indagine ad ampio raggio sul problema arsenico, mai risolto anche se noto da ormai tredici anni.
“Il 18 marzo del 2001 è entrata in vigore la legge che stabilisce il limite massimo di 10 microgrammi per litro di arsenico nell’acqua – spiega l’avvocato Mezzetti ricostruendo le tappe che hanno portato all’attualissima emergenza -. Fino al 2003 era stato dato tempo agli enti locali preposti per mettersi in regola. A dicembre di quell’anno scatta la prima deroga nazionale di tre anni, poi una seconda che arriva fino al 2010. A questo punto è lo stato italiano a chiedere ancora del tempo all’Unione europea, che lo concede con ulteriori proroghe ponendo però dei limiti: l’acqua con livelli di arsenico superiori a 20 microgrammi per litro non deve essere somministrata ai bambini sotto i tre anni e alle donne in gravidanza”.
Ma l’ultima deroga dell’Unione Europea, di fatto, sarebbe già scaduta a dicembre del 2012. Nel tempo trascorso nel frattempo, quasi due anni ormai, dovevano già essere messe in opera percorsi risolutivi, o almeno alternativi, affinché la popolazione non ricevesse più acqua all’arsenico.
“Non condividiamo affatto chi continua a sostenere che è in vigore una deroga fino a dicembre del 2014 – continua il legale -. Intanto perché questa non si basa su una legge, ma soltanto su una nota informativa dell’istituto superiore della sanità che consente un consumo limitato di acqua fino a dicembre. Questo documento, tra l’altro, oltre ad essere in alcuni punti contraddittorio e confuso, pone anche delle condizioni come quella che ai cittadini debbano essere somministrati, nel frattempo, almeno cinque o sei litri di acqua potabile a persona. Tutto ciò non è mai stato fatto”.
E mentre il tempo passa e il problema arsenico resta, ci sono studi scientifici sempre più precisi e puntuali che certificano la pericolosità della sostanza per la salute delle persone.
“Uno studio della regione Lazio del 2012 – prosegue Carlo Mezzetti – afferma che l’arsenico è colpevole dell’insorgenza di patologie cardiache e tumorali e che nella Tuscia c’è una seria e precisa corrispondenza tra il fatto che chi si è ammalato aveva fatto uso di acqua ad alta concentrazione di arsenico. Del resto già la legge del 2001 era chiara sulla pericolosità dell’arsenico. E in tutti questi anni cosa è stato fatto? Nulla. Neanche campagne informative adeguate. I cittadini hanno continuato ad essere avvelenati senza saperlo. Nemmeno l’ultima deroga del 2012 è bastata ad affrontare il problema. Ad oggi, in pratica, sono 22 mesi che quella norma è scaduta e le soluzioni sono ancora molto lontane”.
Da qui l’esposto presentato oggi in Procura con tanto di documentazione allegata che scende nel dettaglio dell’emergenza con dati, numeri e cronistoria di ciò che è stato fatto e, soprattutto, non fatto in questi anni.
“Per noi il limite è ampiamente superato, ma anche se chi doveva intervenire si è posto come scadenza il 31 dicembre 2014 – conclude Mezzetti – oggi, che mancano solo due mesi a quella data, cosa è stato fatto? Ci sono 28 comuni nella provincia di Viterbo, che hanno valori di arsenico tra 10 e 20 microgrammi per litro, dove i dearsenificatori non sono finiti, due che superano addirittura i 20 microgrammi che ancora aspettano l’inizio dei lavori. Le casette dell’acqua, benché in alcune zone sono state installate, non bastano a servire tutti i cittadini”.
Secondo le associazioni firmatarie l’esposto, che è contro ignoti e senza l’indicazione di reati precisi, dovrebbe almeno far velocizzare le soluzioni al problema, oltre a individuare i colpevoli di questi anni.
“Siamo stanchi di pagare acqua avvelenata – dice Maria Immordino di Solidarietà cittadina -. Come pensano di risolvere tutto ciò che non hanno fatto in più di dieci anni, nei prossimi due mesi? A gennaio cosa pensano di fare? Chiuderanno i rubinetti di tutte le case e le strutture pubbliche della Tuscia?”
E’ un problema di soldi, di servizio, ma soprattutto di salute. “Non si può monetizzare il diritto alla salute – aggiunge Francesco Lombardi del Forum per l’acqua pubblica -. La difesa della salute delle persone viene prima di ogni altra cosa. Le casette dell’acqua non danno alcuna garanzia, l’acqua deve sgorgare pulita nelle case dei cittadini, non si può costringerli a uscire e a procurarsela chissà come”.
Proprio sull’approvvigionamento insiste particolarmente Chiara Frontini di Viterbo 2020. “Siamo saturi di bugie così come la nostra acqua è satura di arsenico – dichiara – Abbiamo chiesto provvedimenti tampone e neanche quelli sono mai stati avviati. Avevamo proposto al comune di Viterbo, tanto per fare un esempio, di redigere una lista di persone disoccupate, che potessero portare nelle case dei disabili e degli anziani l’acqua potabile. Sarebbe stato un modo per dare un piccolo sostegno a chi non lavora e nel frattempo garantire un servizio alle fasce deboli. Ci è stato risposto che non è mai partito perché nessuno ne ha fatto richiesta. Possibile che sia così? O forse è più probabile che nessuno ha informato i cittadini in difficoltà che c’era la possibilità di richiederlo?”
Per Luigi Telli, di Rifondazione comunista, il problema è tutto politico. “Alla classe politica – spiega – non conviene arginare o risolvere l’emergenza arsenico. L’interesse degli ultimi tre governi che si sono succeduti in Italia è soltanto quello di mettere le mani su tutto ciò che è bene comune: ora il servizio idrico, poi la rete gas e via dicendo, per svenderli tutti”.
Intanto i malati si moltiplicano e molti, muoiono. “L’esposto era un atto dovuto – prosegue Paola Celletti del sindacato Usb -. Mentre gli enti si rimpallano le competenze, nella Tuscia crescono i tumori al polmone, alla vescica, al fegato, ai reni. E poi diabete, malattie cardiovascolari e respiratorie. La Procura deve fare chiarezza e i responsabili devono pagare. Inoltre, a margine di tutto ciò, abbiamo chiesto anche un registro dei tumori contratti nella nostra provincia e uno screening gratuito per i cittadini. Il minimo che la sanità dovrebbe fare”.
I tempi per avere qualche risposta dalla Procura non saranno comunque brevi. “Intanto il primo passo è stato fatto – conclude l’avvocato Mezzetti -. Credo che aprire un’inchiesta ad ampio raggio sia il minimo che si possa fare. Anzi, spero davvero che ne sia già stata attivata una a nostra insaputa. In ogni caso noi abbiamo voluto fare la nostra parte. Se poi il fascicolo venisse archiviato non ci fermeremo e ne presenteremo un altro al gip”.
Francesca Buzzi
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