Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Caro direttore,
temo che il titolo dell’articolo pubblicato su Tusciaweb “Città della cultura, c’è la candidatura, manca uno straccio di idea”, sia un tantino fuorviante.
Forse il redattore è stato male informato, perché nella riunione si è discussa non un’idea, ma una bozza di progetto, integra, completa di immagini e grafici, che presenta due aspetti: a) le ragioni di una candidatura; b) quattro sottoprogetti operativi che ne discendono.
E’ vero, questa bozza è stata redatta originariamente dal sottoscritto, ma è stata ampiamente da me descritta durante i lavori della commissione, andandosi poi ad arricchire dei preziosi contributi dei vari membri della commissione, ai quali va la mia gratitudine; in particolare voglio ricordare il lavoro del coordinatore prof. Margottini, il quale sulla base della sua esperienza di valutatore di progetti nazionali e internazionali, si è assunto il compito precipuo di disegnare uno schema redazionale ottimale in cui inquadrare il progetto a partire dalle esperienze pregresse di altre città candidate.
Nelle prossime 48 ore il progetto sarà ulteriormente affinato, fino ad avere una forma finale che, a causa dei tempi strettissimi, dovrà essere pronta entro il 24 marzo.
Se il progetto non è stato ancora divulgato alla stampa è perché è tuttora in corso di perfezionamento.
Certo, forse manca ancora un “simbolo”, un “logo” o un “motto”, ma nonostante sappia benissimo quanto è importante per una comunicazione vincente un elemento del genere, voglio ricordare che, intanto, c’è la “sostanza”.
Questa sostanza è la concretizzazione progettuale di una “idea” (dunque, l’idea c’é…): che Viterbo, per essere una capitale della cultura debba, come ogni leader, saper fare “sintesi”, debba saper “fare dialogo” e debba saper proporre un “modello”, in questo caso, culturale.
Viterbo, nella sua storia antica e recente, ha sempre saputo fare sintesi culturale: lo hanno fatto gli etruschi, una civiltà crogiuolo di culture diverse; lo hanno fatto i primi viterbesi, che erano franchi, longobardi, latini, ma hanno saputo creare un orgoglio civico unitario; lo ha fatto Viterbo con Ferento, etnie diverse, accogliendo i suoi abitanti entro le mura e assumendone lo stemma; lo ha fatto la Viterbo papale, sintesi del mondo d’allora; lo ha fatto la Viterbo rinascimentale con il circolo di Viterbo, primo vero interlocutore e intermediario tra cattolicesimo e protestantesimo; lo fa ancora oggi Viterbo, proponendo il valore universale della sua Macchina, patrimonio Unesco. Ovviamente, sto semplificando: ma i progetti operativi che discendono da questa “idea”, intendono ricostruire questa capacità di una città di essere capitale, cioè di proporre un modello di interazione virtuosa tra elementi diversi, e di saperli proporre all’esterno; una Viterbo glocale insomma, aperta alla sperimentazione e alla comunicazione.
Forse si poteva sognare anche un’idea del tutto innovativa, mai vista prima: ma i meccanismi del bando impongono di partire da cose che già ci sono o sono in fieri.
Di una cosa mi dolgo: che i tempi ristretti non abbiano consentito di ascoltare al meglio la città, in tutte le sue componenti; ma ho motivo di credere che i membri della commissione rappresentino certo non tutte, ma molte delle componenti culturali d’eccellenza della città: l’università; i creatori di eventi di rilievo locale, nazionale e internazionale; gli esperti di marketing territoriale.
Per il simbolo, o il motto, lavoriamoci insieme. C’è chi, in commissione ma anche al di fuori di essa, oltre a trattare della “sintesi viterbese” ha parlato di “città dei papi, città in cammino”, chi di Annio come “genius loci”, chi di “Viterbo città del dialogo”, chi di “Viterbo città plurale”, chi ha messo insieme le due cose, chi di “Viterbo multi-media-vale” , chi di “Viterbo, Città della Bellezza”, chi di “Luci dalla pietra”. Abbiamo cinque giorni per pensarci, tutti insieme, almeno in questo caso.
Francesco Mattioli
Caro professore lei mi interpella e mi costringe a risponderle. E le rispondo come si fa tra persone adulte, come mi hanno insegnato alcuni intellettuali che mi è capitato di conoscere, senza risparmiare nulla. Proprio perché rispetto il suo ruolo e il suo lavoro.
A me sembra, in questo caso, che di fuorviante ci sia solo la sua idea di idea. Qui nessuno ha tendenze platoniche, ma insomma qualche forza, qualche capacità di organizzare spazi teoretici, semantici e, perché no, di svelare aspetti profondi e ammalianti della realtà, un’idea li dovrebbe avere. Ora cosa ci azzecca un’idea, degna di questo nome, con il compitino formale da lei illustrato solo in parte? Ad ora il suo “progetto”, per quello che sappiamo, noi non facciamo i veggenti, è un compitino buono per ogni scopo. Un compitino che non ha una idea centrale che sia degna. Viterbo città della sintesi culturale e dialogo è un’idea buona per tutte le stagioni e per qualsiasi città. Non ha nessuna forza. Nessuna capacità organizzativa del mondo. Nessun interessante aspetto interpretativo. Sa di burocrazia accademica. Se vuole e mi dà il tempo, le applico la sua protoidea a ogni città che vorrà. O, al contrario, le dimostro che non è applicabile a tutte le città. Tanto è vaga la sua “idea”.
Può essere che funzioni, ma a me non sembra una grande elaborazione intellettuale. Una banalità, ripeto, che si può applicare a tutto. E’ talmente banale che lei non ha per ora trovato una sintesi capace di comunicare qualcosa. Come dire non è riuscito a fare una sintesi efficace della sua frasetta “Viterbo città di sintesi”.
Forse comunicare non è nelle sue corde. E niente impone a un sociologo di saper comunicare, va detto. Nessuno insomma mette in dubbio le sue competenze, per capirci. Ma si dovrebbe avere l’umiltà di affidarsi a gente del mestiere. E non improvvisarsi…
Vede in questo paese si pensa che, se uno ha competenze in un campo, possa parlare di tutto e fare tutto senza sapere né di cosa parla né cosa fa.
Vede a Viterbo servono idee forti e smaglianti che sappiano svelare la bellezza, il fascino e gli aspetti reconditi di una città che appare per molti versi grigia a partire dalla sua sedicente classe dirigente.
Un grande artista, Sebastián Matta, in un mirabile testo che presentava la mostra “Il cuore è un occhio”, spiegava che i grandi intellettuali leonardano. Leonardano nel senso che con le loro idee, con le loro teorie, con le loro opere svelano aspetti non percettibili della realtà. Ristrutturano kantianamente la realtà… Ecco il suo progetto, per quel poco che sappiamo ad oggi, non leonarda. Non leonarda neppure un po’. Anche sapendone poco poi, se il progetto avesse avuto una sua forza intrinseca, l’avrebbe già espressa.
Per farle capire: la sua è una tesi compilativa e non di ricerca. Non si vedono aspetti creativi forti. E’ un semplice contenitore in cui si può inserire tutto o quasi.
Questo qui e ora. Se poi lei mostrerà delle cose che ancora non ha mostrato, valuteremo le cose strabilianti che produrrà. Ripeto noi non siamo veggenti.
Ultima cosa. Ma chi e con quali criteri sballati ha composto questa pseudo commissione? Con dentro alcune persone di nessuna competenza diciamo specifica. Alcuni membri sicuramente hanno competenze specifiche, ma diversi altri che ci azzeccano? Qui non si parla di valore assoluto delle persone, ci mancherebbe, ma di profili adatti allo scopo.
Perché non ci sono esperti di livello nazionale di comunicazione, marketing, creativi conclamati, uomini che si occupino di immagine? Solo per fare qualche esempio. Magari non viterbesi… Anche se volendo cercare ci sono viterbesi che hanno un profilo adeguato e si muovono a livello nazionale e internazionale.
Le dico tutto questo, solo perché lei ha sollevato il problema. Ma alla fine contento lei, contenti tutti. Le obiezioni sarebbero infinite, ma forse è meglio chiudere qui.
Sinceramente questa questione non è una di quelle che mi appassioni. Lasciamo la burocrazia ai burocrati…
Cordialmente
Carlo Galeotti
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY