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Viterbo - Angelo Peruzzi si è raccontato alla trasmissione Condò Confidential, su Gazzetta Tv

“A Blera allenavo i riflessi prendendo i pesci con le mani”

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Angelo Peruzzi

Angelo Peruzzi

Viterbo – (s.s.) – Quarantacinque anni, di Blera, ex portiere di serie A con un palmarès infinito di trofei alle spalle. E’ Angelo Peruzzi, che giovedì è stato ospite della trasmissione televisiva Condò confidential, su Gazzetta Tv.

Lo chiamavano Tyson per le molte somiglianze con il celebre pugile americano. Possente ma al contempo agilissimo. Esplosivo, efficace e dai riflessi estremamente allenati, come dichiarato da lui stesso.

“Quando i pesci si muovono – ha scherzato Peruzzi – non li prendi. Devono essere fermi. E’ così che a Blera allenavo i riflessi, li prendevo con le mani”.

Dopo la battuta iniziale, il racconto di una vita tra i pali.

E’ iniziato tutto nelle giovanili della Roma, squadra con cui Peruzzi ha esordito in serie A il 13 dicembre del 1987, a 17 anni. Si giocava Milan – Roma, partita terminata 0-2 a tavolino a causa di un petardo lanciato dagli spalti e che ha colpito il portiere romanista titolare, Franco Tancredi.

“Durante Milan – Roma – ha ricordato Peruzzi – Tancredi si beccò un petardo vicino all’orecchio e svenne. Pruzzo mi disse che sarei dovuto entrare io perché non c’erano altri portieri. La situazione era drammatica, ma tranquilla. I miei compagni mi dissero che anche se avessi preso dieci gol avremmo vinto a tavolino”.

A 19 anni il passaggio in prestito al Verona, dove trovò la prima maglia da titolare.

L’anno successivo (stagione 1990-1991) fece ritorno alla Roma. Anche coi giallorossi partì titolare, ma dopo tre giornate si rese protagonista di un episodio di doping, risultando positivo alla fentermina.

“E’ stata la peggior stronzata che ho fatto nel mondo del calcio – ha ammesso Peruzzi – e il Lipopill me lo diede un compagno, perché venivo da uno stiramento e non volevo farmi di nuovo male. Ma quando la Roma mi disse di fare ricorso dissi di no. Ho sbagliato e ho pagato con un anno di squalifica”.

Nella stagione 1991-1992 passò alla Juventus per 4,5 miliardi di lire. Rimase in bianconero fino al 1999.

Nella prima stagione fu la riserva di Stefano Tacconi, il capitano della squadra.

Dalla stagione successiva diventò il titolare fisso. Da lì iniziò l’epopea che lo porterò a vincere tre campionati italiani, una coppa Italia, due supercoppe italiane, una coppa Uefa, una supercoppa Uefa, una Champions League e una coppa Intercontinentale. E tutto questo solo in bianconero.

Tra i ricordi più belli di quell’epoca, il rapporto con l’avvocato Agnelli.

“L’avvocato – ha ricordato Peruzzi – ogni tanto chiamava, sempre alle sette di mattina. La prima volta rispose mia moglie e mi disse ‘C’è uno che vuole prenderti in giro, dice che chiama da casa Agnelli’ e allora misi giù. Ma poi richiamarono e risposi io. Dopo dieci minuti di attesa venne davvero lui al telefono. Mi domandava sempre quanto pesassi. Una volta venne a vedere un allenamento con Gorbaciov e da dietro la porta mi chiese quanti rigori avrei parato a Platini. Gli risposi: ‘Presidente, 3 o 4’. E lui: ‘Io penso nessuno’”.

Agnelli, ma non solo. Secondo l’ex portiere uno dei maggiori artefici di quel ciclo vincente fu Gianluca Vialli. Uno che il gol ce l’aveva nel dna.

“Nella prima Juve di Lippi – ha spiegato Peruzzi – grandi meriti li ebbe Vialli. Era uno che faceva gruppo, organizzava spaghettate fino alle cinque dopo i ritorni dalla trasferte, è stata la nostra arma vincente. In finale di Champions il gol che presi al 99% era colpa mia, poi andammo ai rigori e ne parai due. Prima della partita mi portarono una cassetta con i rigoristi dell’Ajax, ma di quelli che avevo visto tirò solo Litmanen”.

Dopo il ciclo bianconero, i trasferimenti prima all’Inter e poi alla Lazio.

Idolo indiscusso della tifoseria biancoceleste, prima del ritiro ha avuto tempo di conquistare la coppa del Mondo nel 2006, convocato da Lippi come secondo di Buffon.

“Nel 2006 – ha concluso Peruzzi – a Lippi dissi di sì perché lui mi chiamò per fare il secondo di Buffon. Finita la partita festeggiammo come pazzi, poi siamo rientrati negli spogliatoi. Ero molto legato a Zidane, così andai a trovarlo, lui era lì che fumava una sigaretta, non abbiamo parlato dell’episodio”.

Samuele Sansonetti

19 luglio, 2015

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