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Viterbo - Antonio, 11 anni, tetraplegico, bloccato in Italia da un parere negativo del Bambin Gesù e da una giustizia lenta - L'appello della madre

“Date a mio figlio la possibilità di curarsi”

di Stefania Moretti
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Emanuela Ferrazzoli con la sua famiglia

Emanuela Ferrazzoli con la sua famiglia

Viterbo – Sul diritto alla salute del figlio non guarda in faccia a nessuno.

Emanuela Ferrazzoli è avvocato e mamma a tempo pieno. Mamma speciale di un figlio speciale: Antonio è nato undici anni fa, dopo un’asfissia da parto che lo ha reso tetraplegico.

La sua vita è a letto. Non ha mai camminato, vittima di una paralisi cerebrale che lo inchioda a una barella. Non parlerebbe, non si farebbe capire e non reagirebbe agli stimoli, se non grazie a cure particolari che può fare solo in California, all’Osteopathic center for children di San Diego. Una procedura con mille passaggi: prima del volo a bordo di un aereo dell’aeronautica militare, vanno interpellate asl, regione, prefettura e presidenza del consiglio. Due mesi di burocrazia e poi si parte. O meglio, si partiva: dopo tre anni di cure ininterrotte, il viaggio di Antonio rischia di saltare per un parere negativo e una giustizia a rallentatore. 

“Per i medici del Bambin Gesù non c’è nessuna efficacia clinica dimostrata dei trattamenti fatti da mio figlio in America, quindi Antonio non parte – spiega Emanuela -. La asl dice che, in base a una circolare interna, per i viaggi a scopo curativo in paesi al di fuori della Comunità europea, il parere della struttura ospedaliera è vincolante, anche se non motivato, come nel nostro caso. Mi sono rivolta al tribunale civile di Viterbo con un ricorso urgente. Che, a quanto pare, non è considerato così urgente”.

Dal 17 giugno, data di deposito del ricorso, l’udienza viene fissata il 24 settembre: totalmente inutile, perché è due mesi e mezzo dopo la partenza per gli Stati Uniti, che doveva essere il 12 luglio, con i primi appuntamenti per le visite fissate dal 14. Ecco perché è essenziale accelerare.
Nel ricorso c’era scritto. Evidentemente è sfuggito. 

“Per ricorsi di questa urgenza, sul diritto alla vita e alla salute, si può decidere anche in tempi brevissimi: una settimana, un mese al massimo – spiega Emanuela -. Ho cercato il giudice cui era stato assegnato il ricorso: era in ferie. Sono andata a parlare con il presidente del tribunale che mi ha rimandata da lui. Il giudice civile mi ha detto che non dovevo permettermi di scomodare il presidente del tribunale. Ho risposto che ero e sono disperata. Che per mio figlio farei qualunque cosa. Che avevo il prefetto che mi telefonava ogni giorno per sapere come organizzare il viaggio. Che non ho 195mila euro di eliambulanza privata, altrimenti avrei portato Antonio in America a mie spese. Mi sono sentita dire che non erano problemi suoi”. Da quel giorno, il giudice ha spostato due volte la data dell’udienza, prima al 30 luglio, poi al 6 agosto. Emanuela, intanto, continua a chiedere di accelerare i tempi.

“Mio figlio deve fare in totale venti trattamenti in due mesi – dice -. Con me, partono mio marito e i miei due figli perché ho bisogno d’aiuto. Solo per trasportare il passeggino di Antonio, una volta, mi sono stirata un braccio: pesa 45 chili. Conciliare le esigenze di tutti è un’impresa ma d’estate ci riusciamo, con i figli che non vanno a scuola e il lavoro che rallenta. Fissare l’udienza a settembre equivale a far saltare il viaggio di Antonio. Quindi bloccare le cure”.

L’Ordine degli avvocati di Viterbo, nella persona del suo presidente Luigi Sini, si è mobilitato come ha potuto per Emanuela. Ma dall’anno scorso, sono intervenute modifiche nel regolamento interno: “Contributi agli iscritti possono essere dati solo una volta – dichiara Sini -. Due, in casi eccezionali. Anche in piena disponibilità di fondi”. Fondi che, con vincoli del genere, rischiano anche di restare inutilizzati.

Antonio ha scoperto l’America e le sue infinite possibilità nel 2010 a un congresso a Roma, grazie a una dottoressa di 95 anni, rimasta a bocca aperta nel sapere che in Italia lo avevano praticamente dato per spacciato. “Mi hanno fatto credere di dover abbandonare Antonio a letto, perché non c’era niente da fare. Con le cure americane, invece, migliora a vista d’occhio: risponde agli stimoli, accenna piccoli movimenti, è in grado di annuire e dissentire grazie a una stimolazione neurologica a più livelli, dalla musicoterapia all’aromaterapia. Se in Italia mio figlio viene dato per morto, in America torna a vivere. In questo senso, la decisione sul viaggio di Antonio è questione di vita, di salute, di possibilità. Allo stato e alla giustizia chiedo solo i mezzi per garantire a mio figlio il diritto a curarsi, com’è garantito a tutti gli altri bambini. Impedirgli di partire, anche non prendendo o rinviando una decisione, significa impedirgli di curarsi”.

Stefania Moretti


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10 luglio, 2015

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