Viterbo – “Forse il nemico non è il cinghiale”. Andrea Amici, docente di gestione della fauna selvatica dell’università della Tuscia, esperto nel settore, rovescia il problema e offre un punto di vista diverso per affrontare l’emergenza cinghiale.
Il cinghiale è veramente un’emergenza oppure si sta esagerando?
“Negli ultimi cinquanta anni la specie è sicuramente aumentata, e ha occupato tanti nuovi territori. La sua presenza in aree fortemente antropizzate e periurbane è frequente. E non rara in quelle urbane. Se poi consideriamo l’aumento dei danni alle coltivazioni, ed ancora più gravi gli incidenti stradali, ci rendiamo conto che la situazione è preoccupante”.
Di chi è la colpa di tale crescita incontrollata?
“Alcuni decenni fa c’è stato un ripopolamento; nella seconda metà del secolo scorso è iniziata anche la colonizzazione, da parte dell’ecotipo del centro Europa, più prolifico e di maggiori dimensioni. Ma il fattore che ha maggiormente favorito la diffusione del cinghiale è stata sicuramente la modificazione della utilizzazione agraria, con lo spopolamento delle campagne e l’abbandono dei terreni”.
Quindi la cattiva gestione non c’entra?
“La diffusione di alcune tecniche di caccia, molto gradite ad alcuni cacciatori richiedono alte densità della specie e permettono di prelevare una alta percentuale della popolazione. I cinghiali rimasti, che possiedono alta capacità riproduttiva, rispondono con un aumento del numero dei nati, anche perché possono risultare alterati i rapporti sociali. I cacciatori sono quindi gli attori di questa gestione non corretta, e pur sempre portatori di qualche responsabilità, ma non i registi, rappresentati dalle amministrazioni delegate”.
Amministrazioni delegate?
“Regioni, province e Atc. Sono gli Atc che in ultimo gestiscono la situazione. E negli Atc sono rappresentate tutte le figure coinvolte; cacciatori, agricoltori ed associazioni di protezione ambientale, che devono avallare le decisioni”.
Secondo lei funziona tutto, il problema cinghiale non esiste?
“Direi il contrario, a parole e buone intenzioni tutto è perfettamente organizzato, ma quando si va ad operare sul campo tutto è volto a impedire le innovazioni. Faccio un esempio: come da decenni è riportato sui piani di assestamento del cinghiale la pratica della braccata, da sola, non garantisce l’abbassamento del numero di cinghiali, è necessario (oltre a numerosi interventi per allontanarli dalle colture) un massiccio ricorso alla caccia di selezione per buona parte dell’anno. Ma quando si prova a proporre questo prelievo – tra l’altro non impattante – per 9-10 mesi l’anno, ecco l’alzata di scudi. Ovviamente sono contrari i cacciatori, ma anche gli ambientalisti, per motivi diversi ma con il medesimo effetto”.
Lei è cacciatore?
“No, non lo sono”.
Stabilito che il problema cinghiale esiste, per risolverlo basterebbe che le province e gli Atc agissero in modo concreto?
“Premesso che le aree di prelievo sono poche, nessuno ha attivato la caccia di selezione, una sola provincia ha attivato il contenimento. Ovviamente la prevenzione è un punto fondamentale, ma solo una provincia, anzi un solo Atc, la effettua sistematicamente, negli altri casi si fa poco o nulla. Ancora si sbandierano i corsi per selecontrollori, per mostrare che si fa qualcosa, ma anche alcune aree protette ne hanno da oltre 10 anni, e non li impiegano”.
Ma allora non ci sono soluzioni?
“La gestione della fauna non ha una soluzione, ma prevede l’adozione di misure diverse e congrue. Dobbiamo convivere con queste specie animale, il territorio è anche loro, ovviamente non possiamo affidare tutto agli equilibri naturali non più in grado di mantenersi in questa situazione di antropizzazione diffusa. Una cosa è sicura, alcune specie stanno aumentando in modo non più tollerabile per l’agricoltura e l’ambiente, e i tecnici e le amministrazioni dispongono di tutte le indicazioni necessarie, basterebbe applicarle, sempre e ovunque. Ho sempre più la sensazione che il cinghiale sia il nemico da battere in altre parole l’emergenza che ci autorizza ad interventi urgenti, forti e indiscutibili, siano essi finanziari o normativi. Io non la penso così, la gestione della fauna si fa 365 giorni l’anno, ovunque e con l’aiuto di tutti. Non si può ignorare la presenza dei selvatici quando si progettano le strade per poi sorprendersi degli incidenti. Non si può limitare il prelievo del cinghiale a tre mesi l’anno e sorprendersi se si moltiplicano e devastano i campi. Forse il nemico non è il cinghiale”.
Maria Letizia Riganelli
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