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Cultura - Intervista a Carlo Puglisi Alibrandi, amministratore delegato di Enerpetroli, l'azienda che è uscita dalla fondazione

“Caffeina? Ormai è una forza politica…”

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Carlo Maria Puglisi Alibrandi, amministratore delegato di Enerpetroli

Carlo Maria Puglisi Alibrandi, amministratore delegato di Enerpetroli

Viterbo – “Caffeina? Ormai è una forza politica…”. Carlo Maria Puglisi Alibrandi, amministratore delegato di Enerpetroli, va giù duro e senza peli sulla lingua spiega perché ha abbandonato la fondazione Caffeina di cui era socio fondatore.

Non esce solo Enerpetroli ma anche un’altra azienda del gruppo: Bluègas. E si vocifera che altri soci siano scontenti di come stanno andando le cose.

Lei è stato uno strenuo e accanito sostenitore di Caffeina, che cosa l’ha spinta a tanta dedizione iniziale?
“Sia personalmente che come Enerpetroli ci siamo sempre dati molto da fare per promuovere la cultura e investire nel settore culturale. E continuiamo a farlo anche oggi, si veda la mostra su Pier Paolo Pasolini. Abbiamo avuto l’onore di sponsorizzare con un investimento minimo una mostra che è stata molto visitata dalle scuole e dalle giovani generazioni, alle quali è stato donato anche un catalogo molto curato. Ecco, quello che mi ha sempre spinto, allora come adesso, è contribuire all’espansione degli orizzonti culturali delle nuove generazioni e di tutta la cittadinanza”.

Ora Enerpetroli abbandona la Fondazione sbattendo la porta, perché?
“Un’azienda non sbatte mai la porta ma partecipa fino a quando rimangono i princìpi secondo cui è nata quell’iniziativa. La governance di Caffeina ha ormai assunto tinte politiche troppo evidenti. I soci fondatori sono degradati a dei semplici spettatori, non è chiaro chi sia il proprietario del marchio: un giorno nella disponibilità della fondazione, il giorno dopo di esclusiva proprietà dei due soci promotori. Quindi, come azienda, non possiamo esporci alle polemiche che operazioni di questo tipo sollevano sempre”.

Com’è possibile che Caffeina era prima una cosa fantastica, come ha spesso sostenuto, e ora si vede più o meno costretto ad abbandonare la Fondazione?
“Al netto di un evento di grande appeal, Caffeina ha progressivamente abbandonato il suo carattere prettamente culturale in favore di una commistione troppo marcata con la politica locale. Lei se l’immagina un grande evento culturale come il Festival della Letteratura di Mantova o anche Pordenone Legge, dove la direzione artistica viene affidata ai consiglieri comunali e rappresentanti di partito? Pur riconoscendo il valore, ci sono ormai degli ostacoli strutturali nell’organizzazione che ci rendono impossibilitati a continuare a far parte della fondazione”.

Il suo nome era tra quelli che si facevano come presidente della Fondazione, non è che se ne va per la delusione di non essere stato eletto?
“Scegliere per la carica di presidente una figura terza, al di fuori della ristretta cerchia dei fedelissimi di Rossi e Baffo, avrebbe apportato una ventata di apertura e trasparenza che evidentemente la governance di Caffeina non è pronta ad affrontare. Il mio nome, come anche quello di altri soci presenti nella Fondazione, avrebbe dato lustro e terzietà a una manifestazione che rischia di avere una prospettiva incentrata sul proprio ombelico”.

Che cosa non va nella Fondazione Caffeina?
“Sottolineo, ancora una volta, che non si è mai visto un organo non pubblico deputato alla cultura dove il presidente è un impiegato comunale, il direttore artistico è parte del consiglio comunale e il direttore generale è anche lui un impiegato della Fondazione stessa. Manca un elemento terzo di trasparenza e garanzia della qualità e dell’autenticità del progetto, e soprattutto non c’è un rappresentante dei soci fondatori”.

Che cosa pensa di Filippo Rossi?
“Deve decidere cosa fare nella vita, se il politico o l’organizzatore di eventi culturali. Anche se è difficile campare come organizzatore di eventi. A parte le battute, di Rossi non penso niente se non che dovrebbe comprendere il valore della coerenza”.

Ora cosa farà con JazzUp, che forse è la cosa che le sta più a cuore?
“JazzUp è un’altra faccenda. E’ un’iniziativa autonoma che è inserita anche all’interno del programma Caffeina e che cercheremo di sostenere, se ce lo permetteranno”.

Continuerà ad essere presente a piazza del Gesù?
“Sì, il festival JazzUp è frutto di un’intesa creativa tra me e Giancarlo Necciari. Faremo il possibile per portarla avanti nel migliore dei modi”.



Anche sulla questione della piazza, che cosa è successo con Caffeina? Sembra ci siano stati problemi…
“Non sappiamo cosa sia successo. Deve chiederlo a Filippo Rossi, o ad Andrea Baffo, o a tutti e due. Una cosa è sicura, saremo a piazza del Gesù dal 24 giugno al 17 luglio”.

Non sarà che lei è eccessivamente passionale? Prima ama troppo e poi odia troppo…

“Non odio nessuno, ci mancherebbe altro. Sono una persona che dirige un’azienda e che non può permettersi di stare in mezzo alle pastoie della politica. Per quanto riguarda la passionalità, è vero sono una persona sincera che crede in quello che fa e collaboro in maniera serena e trasparente. Chi mi conosce lo sa”.

Come valuta la politica culturale dell’amministrazione comunale?
“Come imprenditore sostengo pienamente una visione a medio-lungo termine capace di sposare economia e cultura in modo virtuoso. C’è da lavorare molto in Italia e anche nella Tuscia su questo versante. Tornando alla sua domanda, si può fare sempre meglio, questo è fuori discussione, ma non siamo una parte politica e quindi non entriamo nel merito della politica culturale dell’amministrazione comunale. Entriamo, invece, nel merito della governance di Caffeina che ora, in maniera troppo evidente, non viene più riconosciuta come una gestione super partes, ma come una vera e propria forza politica. Per questo un’azienda importante come quella che rappresento, deve tutelarsi dalle polemiche che possono derivare da una situazione del genere”.


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19 marzo, 2016

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