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Santa Rosa - Da anni si parla di una teca permanente per farla vedere ai turisti

Perché lasciare la Macchina chiusa in un magazzino?

di Silvio Cappelli
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Viterbo - Santa Rosa - Il tempo del 5 agosto del 1975

Viterbo – Santa Rosa – Il tempo del 5 agosto del 1975

Viterbo - Santa Rosa - Volo d'angeli

Viterbo – Santa Rosa – Volo d’angeli

Macchina di santa Rosa - Il debutto di Gloria

Macchina di santa Rosa – Il debutto di Gloria

Macchina di santa Rosa - Vittorio Sgarbi sotto Gloria

Macchina di santa Rosa – Vittorio Sgarbi sotto Gloria

Macchina di santa Rosa - Gloria davanti al santuario

Macchina di santa Rosa – Gloria davanti al santuario

Macchina di Santa Rosa - Gloria splende anche di giorno

Macchina di Santa Rosa – Gloria splende anche di giorno

Viterbo – Come ogni anno, avvicinandosi la data del trasporto della Macchina di Santa Rosa, in piazza San Sisto viene montato il solito capannone. Fare e disfare è tutto un lavorare.

Una struttura metallica, una specie di ponteggio temporaneo che, oltre ai costi elevati, nel passato ha creato non pochi problemi ai costruttori.

Nel 2007, tra le diverse vicissitudini, ci fu una tromba d’aria a pochi giorni dal trasporto. Il vento fu così forte che piegò i ponteggi del capannone e fece appoggiare la Macchina di Santa Rosa al campanile di San Sisto. Una tragedia sfiorata, con grande imbarazzo di tutta la città che finì, in negativo, su tutte le cronache nazionali.

Nel 1975, invece, ci scappò addirittura il morto. Un operaio di 39 anni, infatti, si chiamava Nello Fortunati carpentiere nativo di Zepponami, morì per una caduta da un’altezza di circa 15 metri mentre stava lavorando sull’impalcatura. Fu un tragico incidente evitabile. Era il pomeriggio del 4 agosto, la tranquillità estiva fu rotta da un urlo a squarciagola, pochissimi attimi e poi il rumore sordo dello schianto del suo corpo sul selciato. Ricoverato nell’ospedale viterbese Nello Fortunati morì dopo circa un’ora.

Il cantiere fu messo sotto sequestro per accertamenti e quell’anno la Macchina, il famoso Volo d’Angeli tanto caro ai viterbesi, fu montata senza ponteggio con l’uso di una gru e altri mezzi di fortuna.

Anche l’anno dopo nel 1976, quarant’anni fa esatti, non fu possibile costruire il ponteggio, ancora per motivi di sicurezza e di autorizzazioni conseguenti al mortale infortunio dell’anno prima.

Il costruttore Giuseppe Zucchi non si diede per vinto: montò la Macchina di Santa Rosa con l’ausilio di una gru e usando, poi, dei bruciatori a gas per asciugarla dalle piogge abbondanti, cadute qualche giorno prima del trasporto, che l’avevano appesantita moltissimo.

Ma quello del 1975 per la Macchina di Santa Rosa fu un trasporto record.

“Un altro dato che conferma la prestazione generosa dei Facchini: la salita che porta al santuario di Santa Rosa – è scritto in quei giorni sulle cronache locali di un quotidiano – è stata compiuta di corsa in soli 53 secondi, tempo appena sufficiente per riprendere il fiato. Zucchi ha tenuto infine a mettere in evidenza che per il montaggio della Macchina ha fatto risparmiare al Comune una somma di circa 60 milioni, necessaria per la realizzazione del capannone che doveva accogliere l’imponente mole”.

E questo è il punto: nel 1975, soltanto per il capannone della Macchina, si spendevano 60 milioni di lire annue ai quali poi dovevano essere aggiunti i costi per l’immagazzinamento durante tutto l’anno che si possono ipotizzare, per difetto, in circa 20 milioni di lire annui. In totale sono stati spesi, dal 1975 ad oggi (ma forse anche prima), circa 80 milioni di vecchie lire all’anno, poi diventati euro, per tenere smontata la Macchina di Santa Rosa, all’interno di capannoni industriali, inaccessibile e invisibile a tutti i turisti e ai devoti interessati.

Possiamo ipotizzare che dal 1975 ad oggi, in circa 40 anni di trasporti, sono stati spesi inutilmente, facendo i conti della serva, poco meno di due milioni di euro per non ritrovarci in mano niente.

Oggi, come allora, il capannone costruito ogni anno alla partenza in piazza san Sisto serve a contenere, proteggere, e conservare, soltanto per alcuni giorni, la Macchina di Santa Rosa.

Diverso sarebbe stato realizzare, investendo i soldi spesi inutilmente nel passato, una specie di torre medioevale, accostata alla cinta muraria, integrata con gusto nel paesaggio urbano, per farla diventare un polo permanente attrattivo della città di Viterbo dall’alto quoziente comunicativo.

Con la Macchina di Santa Rosa sempre disponibile durante tutto l’anno per i visitatori, con la piazza di San Sisto frequentata da turisti e da curiosi, ne avrebbe beneficiato l’intera città di Viterbo. Un primo passo per far tornare la città a nuova vita, un primo passo verso il museo delle Macchine di Santa Rosa.

Di questo progetto se ne parlò per la prima volta ufficialmente nell’anno 2000: l’Università degli Studi della Tuscia, con il patrocinio del Sodalizio Facchini di Santa Rosa, il 29 settembre 2000, organizzò una “giornata di studio” avente per oggetto della discussione “Spazi urbani, spazi espositivi, recuperi, multimedialità” intorno alla tradizione e al culto verso Santa Rosa da Viterbo.

Fu una giornata interessantissima e piena di idee culminate in una pubblicazione da me curata.

In uno degli interventi, fatto dagli architetti romani Francesca Federici e Luigi Mazzei, fu fatta la proposta di creare all’interno delle mura, tra Porta Romana e la Chiesa di San Sisto, una struttura definitiva, al posto del ponteggio provvisorio, come una “torre medioevale”, un “contenitore” permanente della Macchina per proteggerla, conservarla ed esporla durante tutto l’anno. Eliminando gli alti costi annuali di montaggio, smontaggio e deposito in appositi capannoni. Non più, dunque, impalcature provvisorie di tubi “innocenti” ma una struttura fissa con molta resa per l’intera città e per l’amministrazione comunale.

Se la Macchina di Santa Rosa è un “bene culturale, definito dall’Unesco anche “bene immateriale” dell’Umanità, perché mai dovrebbe stare chiusa in un magazzino per più di undici mesi all’anno?

Silvio Cappelli


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15 agosto, 2016

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