Grotte di Castro – Sono stati rimessi subito in libertà i taglialegna. Solo 24 ore ai domiciliari.
E’ stato un arresto lampo quello dei due imprenditori romeni di Grotte di Castro finiti ai domiciliari per aver fatto lavorare sei connazionali al nero.
La stessa pm Chiara Capezzuto, ieri, ha ordinato la liberazione. Sono stati i primi nella Tuscia a finire nei guai in seguito alla nuova normativa entrata in vigore il 4 novembre 2016. La normativa, che per l’appunto prevede l’arresto obbligatori per chi viene colto in flagranza di reato, è nata per porre un argine al fenomeno del lavoro nero. Ma che così com’è non funziona.
Entrambi i taglialegna, sono stati arrestati. Uno martedì mattina e l’altro martedì sera. Un giro di vite sulla carta, ma inapplicabile nella pratica.
Come sottolineano i difensori degli imprenditori Angelo Di Silvio e Vincenzo Dionisi.
“La misura di custodia cautelate degli arresti – spiega l’avvocato Di Silvio – non è applicabile per reati che, in caso di condanna, possono risolversi nella sospensione della pena, ovvero se è inferiore ai due anni, evitando il carcere o i domiciliari. Infatti sono stati subito rimessi in libertà”.
I carabinieri avevano arrestato in flagranza di reato i due imprenditori, titolari di ditte individuali impegnate nel settore dei lavori forestali, con l’accusa di sfruttamento del lavoro. Il tutto in base alla nuova normativa prevista dalla legge 29.10.2016 numero 199, entrata in vigore il 4 novembre 2016. I militari hanno eseguito l’accesso in tre diversi luoghi di lavoro nei boschi di Canino, Grotte di Castro e Marta dove avrebbero riscontrato complessivamente la presenza in totale di dieci taglialegna.
Le indagini dei carabinieri avrebbero accertato che otto operai, tutti di nazionalità rumena, dipendenti dei due imprenditori, di cui sei non assunti regolarmente, lavoravano tutta la settimana, 10 ore al giorno, omettendo di indossare i dispositivi di protezione previsti dal testo unico in materia di sicurezza sul lavoro.
Gli operai, secondo l’indagine dei militari e della procura, erano in condizione di sfruttamento del lavoro per la violazione della normativa relativa all’orario di lavoro impostato su dieci ore al giorno, in alcuni casi tutti i giorni della settimana compresa la domenica, senza garantire i turni di riposo.
La situazione, per gli inquirenti, avrebbe messo in grave pericolo i lavoratori poiché, senza indossare i dispositivi di protezione individuali, usavano strumentazione pericolosa come seghe verticali, un trattore con braccio a ragno, motoseghe e strumenti acuminati. Infine gli imprenditori non avrebbero provveduto alla regolare assunzione di sei dipendenti, tre per ogni ditta, così come risulterebbe dagli accertamenti effettuati attraverso la banca dati delle comunicazioni di assunzioni.
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