Viterbo – Mamma infermiera professionale fa i salti mortali per trascorrere più tempo possibile con la sua bambina affetta da sindrome di Down. Ma è stata trasferita dall’ospedale a una struttura solo diurna e non può più fare i turni di notte per stare con la figlia durante il giorno.
“La mia bambina ne sta soffrendo, tutta la famiglia ne sta soffrendo, faccio appello alla Asl perché qualcuno prenda a cuore in tempi brevi il mio caso, tenendo conto che di mezzo c’è una piccina che ha veramente bisogno di avere vicino la sua mamma”, spiega l’infermiera, per la quale il trasferimento è stato un fulmine a ciel sereno.
La donna, residente in un centro del comprensorio del lago di Bolsena, negli ultimi dodici anni ha sempre lavorato nel reparto di neurologia dell’ospedale di Belcolle.
Quando è nata la figlia con la sindrome di Down, lei e il marito si sono subito resi conto che la piccola avrebbe avuto bisogno di stare il più possibile con la madre. Per questo l’infermiera ha fatto istanza per la 104 e le è stata concessa. Si tratta della norma che prevede per il diritto di beneficiare di tre giorni mensili di permessi retribuiti dal lavoro per assistere un familiare con handicap grave.
La donna, inoltre, considerata l’esperienza lavorativa ultradecennale all’interno di una struttura ospedaliera, ha chiesto di essere trasferita presso l’ospedale di Acquapendente per stare più vicina a casa e alla bambina.
E qui è arrivata la doccia fredda. “Dalla sera alla mattina – spiega l’infermiera – mi hanno detto che il giorno successivo sarei dovuta andare alla Casa della salute di Bagnoregio, di recente apertura, che però è una struttura diurna. Questo significa che non posso più fare i turni di notte per stare con mia figlia di giorno, come è invece possibile in ospedale. La situazione così, invece di migliorare, è precipitata”.
A Belcolle, l’infermiera professionale faceva i turni di notte per sei volte, approfittando del sonno della bambina, così da avere i recuperi giornalieri per trascorrere più tempo con la figlia. “In ospedale questo è possibile, in una struttura sanitaria solo diurna, come la casa della salute di Bagnoregio, no”, spiega l’avvocato Angelo Di Silvio, cui la donna si è rivolta.
“La Asl – conferma il legale – l’ha mandata a Bagnoregio senza dirle niente, senza concertare il trasferimento con la lavoratrice, come era loro obbligo, perché per legge occorre il consenso dell’interessata. E adesso, con questo metodo di lavoro, lei con la bambina non ci sta più, la figlia ne sta soffrendo, sente la mancanza, si è innervosita, sta male”.
Prima di passare ad azioni più pesanti, il legale ha scritto quattro lettere, spiegando le esigenze della dipendente e della sua famiglia: “Le ho inviate al direttore generale e alla Regione Lazio, ma nessuno si è degnato di intervenire per dire ‘cerchiamo di risolvere il problema’, nessuno”.
“Una cosa vergognosa – dice Di Silvio – a fronte di una madre disperata perché non sa come fare. Qualcuno ha promesso che sarebbe stata contattata dal direttore del personale infermieristico per vedere di trovare una soluzione, ma non si è fatto vivo nessuno”.
L’avvocato ha mandato una diffida: “Ma niente, non è servita neanche la diffida, non resta che fare una denuncia. Nel frattempo il tempo sta passando e a rimetterci è la bambina, il cui futuro è già pieno di incognite. E la Asl, che dovrebbe tutelare la salute delle persone, pur sapendo che c’è una situazione così drammatica vissuta da una dipendente, pur conoscendo perfettamente i problemi che questa coppia di genitori ha giù dovuto affrontare e superare per la gestione della piccola, si comporta così”.
Silvana Cortignani
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