Viterbo – “Mi disse che aveva buttato la pistola nel cassonetto a Porta Romana”.
Lo ha confermato una vecchia amica al processo in cui un trentenne viterbese è imputato di lesioni personali, violenza sessuale, minacce, maltrattamenti in famiglia, violenza privata aggravata e detenzione abusiva di arma.
“Ma la pistola io non l’ho vista”, ha aggiunto la testimone,non risolvendo il giallo.
Una lunga sfilza di reati quelli che l’imputato, difeso da Remigio Sicilia, avrebbe commesso a danno della sua ex, una coetanea con cui è stato insieme cinque mesi e che si è costituita parte civile.
Una relazione che per la donna si è conclusa in ospedale, dopo una presunta notte da arancia meccanica, tra il 22 e il 23 maggio 2015.
Spinto da una gelosia cieca, l’imputato avrebbe violentato brutalmente l’allora fidanzata, con cui stava da cinque mesi, infilandole una pistola in bocca, le avrebbe spezzato un polso a colpi di tacco di stivale e l’avrebbe cosparsa di alcol minacciando di darle fuoco con l’accendino.
Due mesi dopo, il 25 luglio 2015, è stato arrestato dalla squadra mobile su richiesta della pm Chiara Capezzuto e, dopo essersi già fatto un anno ai domiciliari, è tuttora sottoposto a divieto di avvicinamento.
Ma della pistola non è stata mai trovata traccia, nonostante la perquisizione effettuata dalla polizia nell’abitazione a meno di 24 ore di distanza.
La pistola è “rispuntata” il 20 maggio dell’anno scorso, quando la presunta vittima, dopo una delle tante udienze del processo, è salita in procura, rivelando di aver saputo solo allora, dalla ex da cui il trentenne aveva avuto un figlio, che fine avesse fatto l’arma.
Gettata in un cassonetto, mentre andava a cena da un’amica, cui avrebbe confidato il particolare, volato poi di bocca in bocca fino alle sue orecchie.
E’ dovuto però passare un altro anno per sentire in aula la versione della presunta testimone chiave. “E’ vero – ha confermato ieri al collegio l’amica – me lo ha detto durante la cena a casa mia. Io abito in via santa Maria in Gradi e lui è venuto da via Mazzini. Ci siamo dati appuntamento a Porta Romana. Lui aveva in una mano il pesce e nell’altra una busta bianca che ha gettato in un cassonetto. Dopo mi ha detto che dentro c’era la pistola che il giorno prima la polizia durante la perquisizione non aveva trovato. Ma io non l’ho vista”.
Alla presidente del collegio Silvia Mattei, che le chiedeva se gli avesse chiesto spiegazioni, ha risposto “non erano affari miei”, spiegando: “Lo conosco da 15 anni ed è solito dire sciocchezze”. Resta irrisolto il giallo. Pistola sì, pistola no. Di fatto, ad oggi, la pistola l’avrebbe vista solo la presunta vittima.
Per la sentenza bisognerà aspettare un altro anno. La discussione comincerà il 14 marzo 2018.
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